Questa è l'attuale volontà di Dio:
“Unificare
tutte le chiese in una sola e unica”.
LA CREAZIONE
DELL’UNIVERSO SECONDO LA GENESI
EVANGELIKOM.
DOTTRINA DEL REGNO DEI CIELI
Questa
è la Volontà Attuale di Dio: «Che tutte le chiese si uniscano
in un’unica e sola chiesa»
«Spirito di Sapienza e d'Intelligenza,
di Comprensione e di Fortezza,
di Consiglio e di Timore di Dio.»
Quando i suoi genitori lo videro, ne rimasero sorpresi, e sua madre gli
disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Sappi che tuo padre ed io,
angosciati, andavamo in giro a cercarti». Ed Egli disse loro: «Perché mi
cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? Essi non
capirono ciò che diceva loro. Scese con loro, tornò a Nazaret e era loro
sottomesso, e sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore...
Nei giorni del bicentenario della Rivoluzione francese, a Parigi, il Figlio
di Dio mi ispirò questa storia. Mi misi subito all’opera. Abbandonai Parigi,
tornai al Sud, mi sono rinchiuso tra i libri e mi sono preparato a partire
dall’inizio, ovvero a scoprire a cosa fosse dovuto quel vuoto documentario
attraverso il quale la confusione aveva trovato una via d’accesso al cuore del
problema e aveva generato quella montagna di libri che, usando l’Eroe dei
Vangeli come pretesto, hanno dato vita a personaggi di inchiostro privi di
qualsiasi contatto con il Vero Figlio di Maria: la Vergine di Nazareth. La
necessità di viaggiare verso i tempi della Nascita mi condusse alla Biblioteca
del British Museum. Con l’arrivo della primavera successiva smisi di cercare
nei libri ciò che non avrei potuto trovare in essi. Feci i bagagli e partii per
Gerusalemme. Attraversai l’Europa alla luce di una stella splendente e solcai
il mare sulle onde di una Colomba d’Argento. Terra Santa! … «terra», … grida
dal Faro il Colosso di Haifa, «Benvenuti in Terra Santa» Sono sceso a Nazareth.
Ho visitato il Tempio dell’Annunciazione. Dopo una breve sosta a Tel Aviv ho
proseguito il mio cammino verso la Città Santa. Quando raggiunsi Gerusalemme,
la città viveva in uno stato di emergenza. L’Iraq aveva appena invaso il
Kuwait. Il discorso antisionista del nuovo eroe dell’Islam, sfruttando l’odio
universale del mondo musulmano contro gli ebrei per collegarlo alla causa del
fondamentalismo del mondo arabo, esigeva – secondo i giornali paramilitari israeliani
– l’uso di armi nucleari, in particolare della bomba a neutroni. Mentre l’Iraq
suscita ondate di applausi nei territori palestinesi, tra la folla che affolla
via David passeggia un uomo-manifesto vestito da profeta, che trascina un
cartello apocalittico: «La fine del mondo si avvicina, venite a bere una birra.
Pub il Profeta». È stato un viaggio molto istruttivo. Sono risalito sulle ali
della Colomba d’Argento e ho solcato le acque del Mare Grande per tornare nel
Vecchio Continente. Ho fatto rotta su Londra. Mi sono sistemato a Finsbury
Park, ho chiuso la porta, ho acceso la mia vecchia macchina da scrivere e mi
sono seduto, deciso a non uscire dallo studio finché non avessi scritto la
Storia per cui avevo lottato negli ultimi anni. Fu un autunno molto lungo, ma
molto fruttuoso. Un giorno di novembre di quell’anno raggiunsi la meta. La meta
che avevo inseguito per tutti quegli anni era il Tesoro che la Madre custodiva
nel suo cuore: «il Cuore di Maria». Come Maria conobbe Giuseppe, chi fossero Zaccaria
ed Elisabetta, chi fossero in realtà i famosi fratelli e sorelle di Gesù.
Tutto, assolutamente tutto: Lei sapeva tutto di suo Figlio. Aveva vissuto tutto
ciò e lo aveva custodito nel suo Cuore. E continuava a farlo. Ciò che ho visto
nel Cuore della Madre è ciò che leggerete di seguito.
MARIA DI NAZARET
La Vergine nacque a Nazaret, nel cuore della Galilea. Come ben tutti sanno
grazie ai Vangeli canonici, il padre della Vergine si chiamava Giacobbe e sua
madre si chiamava Anna. Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, morì quando Maria
era ancora molto giovane. Un bel giorno di quei tempi il padre della Vergine
salì in Cielo e non tornò più. Ciò avvenne durante gli anni del regno di Erode.
Il defunto lasciò quaggiù orfane, un orfano e una vedova. Dal punto di
vista delle cose umane, Giacobbe, figlio di Matán, figlio del re Salomone,
figlio di Davide, re e profeta, morì in un brutto momento. La morte,
ovviamente, non arriva mai al momento giusto. Ma comunque, tra i mali, Giacobbe
di Nazaret morì nel miglior momento possibile.
Quelle grandi siccità che per tanti anni avevano devastato le province del
Medio Oriente se n’erano finalmente andate; le famose vacche grasse che per un
attimo era sembrato non tornassero mai più stavano tornando, una più grassa
dell’altra; erano tornate e sfoggiavano la loro abbondanza nei campi di tutte
le province dell’Antico Levante, ai tempi dei Greci e dei Romani.
L’orizzonte luminoso, tanto atteso, implorato, desiderato, invocato in
processioni di massa dal Tempio al Tempio, si era avvicinato, com’era
inevitabile, anche alle colline di Nazaret. Il suo splendore cominciava già a
risplendere negli occhi dei suoi abitanti con il bagliore della stella delle
preghiere esaudite, del desiderio concesso. Pastori della Galilea, pescatori
del Mare dei Miracoli, contadini delle valli del Giordano, artigiani del paese
che vivevano nelle tenebre della disperazione, tutti insieme si riversarono
nelle strade per festeggiare gli anni della prosperità. Finalmente erano
arrivati!
La Casa della Vergine si godette la gioia generale con l’intensità di chi
ha passato momenti difficili, difficili quanto gli altri, non così difficili
come altri, né molto migliori della maggior parte delle persone che hanno
davvero sofferto durante quei lunghi anni. Erano così tanti!
Non fu solo quella siccità. Ci furono anche quei terremoti che devastarono
il Medio Oriente seminando la fame dalle montagne del Libano alle coste del Mar
Rosso. E non solo. Già di per sé terribili, quegli anni di tremenda
disperazione furono ulteriormente aggravati dalla politica fiscale del tiranno
Erode, che agì come un’ascia tagliando ogni testa che riuscisse a rimanere a
galla. Sotto il regno di Erode il Grande, il solo fatto di continuare a
respirare divenne un reato. Il diritto alla parola fu proibito. La qualità
sacra che distingue l’uomo dalle bestie fu punita, e il suo esercizio
condannato, nel migliore dei casi, all’esilio, alla pena capitale negli altri.
Quante fortezze costruì Erode, tante forche si contavano in Israele. Di tutti i
mestieri, la prostituzione è il più antico, ma l’unico che ai tempi di Erode il
Grande non passò mai di moda fu quello del boia. Che ironia: mentre si
attendeva o meno l’arrivo del Giorno del Giudizio Universale, i rampolli della
famiglia del tiranno si costruivano palazzi con blocchi di marmo! E fortezze
degne di un imperatore, e caserme e guarnigioni militari contro una possibile
insurrezione di quelle capaci di abbattere persino le mura stesse dell’Inferno.
Nemmeno i faraoni!
Il faraone di Mosè era malvagio, gli Erode erano peggiori. E, nel
frattempo, mentre il tiranno divorava un figlio o un fratello, il popolo
continuava a subire calamità fisiche e spirituali di cui, una volta superate,
non si vuole nemmeno più ricordare. Chi si sarebbe ricordato di quegli anni di
magra una volta trascorsi i duemila anni? Tuttavia, la schizofrenia edilizia
del tiranno, la schizofrenia del tiranno, sarebbe stata ricordata dalla Storia:
Erode il Grande! A quell’assassino mancava solo questo: che gli fosse concessa
licenza di uccidere a suo piacimento. Ai suoi figli, ai suoi fratelli, a sua
moglie, ai suoi amici, ai suoi nemici, che fossero innocenti o meno. Il
permesso dello stesso Cesare di violare tutte le leggi del diritto romano.
Sotto il regno di Erode giunse un momento in cui bastava muovere le labbra
chiedendo giustizia per cadere sotto le ruote della sua paranoia omicida. I
Romani – va detto – commisero molti errori; tra tutti, quello che Ottaviano
Cesare Augusto si permise di concedere la corona dei Giudei a un palestinese fu
un errore che persino al Giudice dell’Universo stesso costerà perdonare.
Ma torniamo al tema della vita della Vergine e della sua famiglia. Giacobbe
di Nazaret, padre di Maria, era appena morto.
Proprio perché Anna, la vedova di Giacobbe di Nazaret, e le sue figlie
maggiori, Maria e Giovanna, erano già riuscite quasi a dimenticare il tipo di
battaglia che quell’uomo a loro così caro aveva dovuto combattere contro gli
elementi di quell’estate interminabile, si comprende che la sua perdita, ora
che la luce della speranza cominciava a generare nelle mammelle delle mucche
della stalla l’oro dell’abbondanza, la perdita del marito fosse per la madre
della Vergine infinitamente più insopportabile e dura.
Anna e Giacobbe di Nazaret superarono ogni avversità con coraggio e
risposero ai tempi difficili con il volto sereno di chi cammina nella pace di
Dio. Anche Giacobbe di Nazaret e Anna sognarono i giorni di abbondanza durante
tutti gli ultimi anni, come tutti; e risero dei tempi difficili dando alla luce
sei figli.
Accadde che, invece di permettere ai tempi difficili di creare una frattura
tra loro, Giacobbe e sua moglie si unirono con ancora più forza, se possibile,
nell’abbraccio d’amore che li riempiva di meraviglia per il fatto di stare
insieme. Maria fu la primogenita del defunto; poi venne Giovanna. Seguirono due
gemelle, poi un’altra bambina, e a chiudere il flusso della vita fu il figlio
maschio della famiglia, di nome Cleopa, un neonato ancora allattato al seno
quando suo padre morì.
«Ora che il sole torna a splendere, figlia mia, il Signore mi lascia sola
con i miei sei figli. Chi mi insegnerà a vivere senza tuo padre, Maria?», così
la madre della Vergine riversava l’anima che le sanguinava. La fanciulla
raccoglieva sul proprio grembo le lacrime di quella madre che amava tantissimo.
Come qualsiasi bambina che si fosse persa in un bosco pieno di estranei, la
Vedova piangeva a cuore spezzato. Nel cuore di Maria, tuttavia, la presenza di
suo padre si era semplicemente addormentata.
Maria riusciva ancora a vedere, sentire, annusare, udire suo padre, tutto
sorridente mentre rispondeva a lei e a sua sorella Giovanna alle loro domande
sul Signore. Maria riusciva ancora a vederlo mentre trattava con i mietitori,
con gli orticoltori e gli allevatori del paese con la gioia e la forza di un
uomo rispettato, stimato e considerato onesto da un capo all’altro della
regione. Suo padre era uno di quegli uomini che guardano d’occhio in occhio,
senza giri di parole. Negli occhi di Giacobbe di Nazaret si poteva leggere la
sincerità che trasudavano le sue parole.
Quando arrivarono gli anni di magra, il padre di Maria si dimostrò
all’altezza della situazione. Poiché la terra non produceva più abbastanza per
pagare gli stipendi extra, Giacobbe di Nazaret si assunse il compito di
ricavare dai propri campi anche solo qualche sacco di mandorle, qualche arroba di olio, qualche misura di grano, qualche quintale
dei famosi vini della Casa. Qualsiasi cosa pur di mantenere le ossa delle sue
figlie sane e forti. Le sue due figlie maggiori, Maria e Giovanna, sapevano
bene quanto la loro vedova contro quali soli sterili quell’uomo avesse dovuto
lottare! Grazie a Dio, sebbene fossero piccole, Maria e Giovanna diedero una
mano con le olive in inverno, con le mandorle, con i fichi e il grano in
estate, con il bestiame in autunno, estate, inverno e primavera. Cosa darebbe
ora la vedova di Giacobbe di Nazaret per potersi alzare di nuovo all’alba e
preparare al padre delle sue figlie il latte, il pane, l’acqua!
Maria lo sapeva benissimo: vedendo suo padre di nuovo in piedi all’alba,
mentre salutava le figlie con quel sorriso così suo negli occhi, sua madre
avrebbe dato la propria vita. Ma ormai non si poteva più fare nulla per far
tornare indietro la ruota del tempo. Ora bisognava vivere, scegliere tra il
marito morto e i figli vivi.
Delle due ragazze, María e Giovanna, Giovanna era la più piccola, di un
anno più giovane di María. María era la maggiore, la più grande della casa.
Misteri della vita: era proprio lei, Giovanna, la più piccola delle due, quella
a cui piaceva di più la vita di campagna; forse perché Giovanna aveva ereditato
dal padre il gusto per il profumo degli alberi in fiore e il piacere di
contemplare i colori dell’orizzonte all’alba.
Guardando le due sorelle, chiunque avrebbe detto che, a giudicare dal
fisico, fosse Maria quella a cui avrebbe dovuto piacere di più il vento tra i
capelli al calar del pomeriggio; tuttavia era in Giovanna, la più piccola, dal
corpo quasi o altrettanto minuto di quello di sua madre, l’anima in cui suo
padre aveva riversato l’amore per il rosso della terra viva. In María la forza
della vita proveniva da sua madre. Sua madre le aveva trasmesso tutta la sua
abilità nel cucito e nella sartoria. Ciò che interessava a María era la
famiglia, la casa.
Così, quando poi arrivarono i tempi difficili e le mucche divennero tutte
magre e i soldi si fecero scarsi, e le necessità da soddisfare cominciarono a
moltiplicarsi fino a sei volte in appena due anni, Maria si rivelò una sarta
nata. All’età in cui si dice che si sia nella primavera della vita, la figlia
maggiore di Giacobbe di Nazaret sapeva sia rammendare un vestito e farlo
tornare come nuovo in un batter d’occhio, sia tessere per le sue sorelle un
cappotto di lana nel giro di pochi giorni, senza mai smettere di essere il
braccio destro di sua madre. E un modello di figlia per sua sorella Giovanna.
In lei – ho detto – si era rivelata una capacità innata di imparare da suo
padre il significato dell’influenza dei cicli lunari sull’agricoltura, perché i
conigli mangiano la lattuga, come cresce davvero un pomodoro vero, perché si
potano gli ulivi affinché non si facciano ombra a vicenda e alterino il sapore
dell’olio. Insomma, migliaia di cose.
Il fatto è che Giovanna, oltre ad essere la pupilla del padre, si sentiva
il braccio destro della sorella María: una per il padre e l’altra per la madre,
e le due insieme nella gioia, quando si intensificarono i venti di sud, le
gocce fredde, le siccità, le tempeste invernali in estate, i calori estivi in
inverno e le piogge che arrivavano e se ne andavano in un batter d’occhio,
quando la tempesta mise alla prova gli uomini cercando di portare in Paradiso
coloro che avessero mostrato un volto gioioso, in quel momento le due sorelle
si unirono più che mai. Quegli anni difficili costrinsero le due sorelle a
lavorare sodo. Fu un dovere che assunsero in silenzio, scritto con il sangue,
che batteva allo stesso ritmo del cuore dei loro genitori. Ciascuna aprì la propria
anima ai propri doni particolari e agì seguendo il corso del mistero della vita
in ogni persona.
Gli occhi della maggiore, la vista di Maria, erano fatti per scovare l’ago
nel pagliaio; non mancavano mai di infilare il filo nella cruna dell’ago, senza
nemmeno guardare. Gli occhi di sua sorella Giovanna avevano bisogno di
orizzonte, di campagna, di cielo aperto. Invece di litigare, le sorelle resero
grazie al Dio dei loro genitori per la sua eterna saggezza e la sua infinita
bontà. Agli occhi di entrambe, il padre era un uomo meraviglioso.
«Perché diciamo che la saggezza del Signore è eterna e la sua bontà
infinita?», diceva Giacobbe di Nazaret alle sue due figlie maggiori. «Perché
con le sue risposte ci meraviglia e con la sua bontà ci illumina il volto»,
rispondeva quel padre a quelle due bambine, gli occhi del suo volto, con un
sorriso negli occhi.
Le sue figlie si guardavano sorridendosi. Quanto amavano l’uomo che Dio
aveva dato loro come padre! Il padre proseguiva: «Quando diciamo che la
Saggezza del Signore è eterna, dichiariamo con tutto il cuore e con tutta la
nostra mente la nostra gioia nel sapere che Egli non mente. Figlie mie, quando
Lo adoriamo per la Sua infinita bontà, la nostra gioia è quella di chi si è
ritrovato nella fossa in cui i malvagi gettano i buoni e, alzando lo sguardo,
ha visto il Signore che rideva della scienza dei geni».
«Figlie mie, essere buoni costa», confessava Giacobbe di Nazaret alle sue
figlie mentre mungevano gli ulivi. «A colei che è più buona non si fa un
regalino? Tu, Giovanna, provi invidia verso tua sorella maggiore perché è più
brava di te a cucire? In quale momento la mia Juanita ha fatto sentire in colpa
la sua Maria per non avere le sue doti per il lavoro nei campi? Quando mai la
mamma ha rimproverato la sua Juana per non saper cucire un vestito bene come la
sua Maria? Cosa farei io senza la mia Giovanna se non mi portasse il pranzo a
mezzogiorno, se lei non mi costringesse a mangiarlo?”
Ah, quanto le ricordava! Era vero che se n’era andato? Non riuscivano
ancora a crederci. Con il corpo senza vita del padre davanti agli occhi, Maria
e Giovanna si guardarono in silenzio. Mio Dio, l’avevano davvero perso?
Entrambe le sorelle abbracciavano ora la madre.
Sconvolta, la vedova di Giacobbe di Nazaret continuava a piangere la sua
sventura:
«Proprio ora, Maria, proprio ora che arrivano i tempi d’abbondanza, proprio
ora che vostro padre potrebbe sedersi nella sua vigna a mangiare grappoli
grandi come quelli di Polifemo e dolci come quelli di Bacco, che Dio mi
perdoni, proprio ora. Perché, Signore, perché? Dimmi in che cosa ti ha offeso
il tuo servo».
Dio! Si può spiegare il legame tra i corvi e gli sfortunati braccianti sui
quali le Parche fanno calare il loro mantello di nero presagio? Si può capire
che Dio sia Dio mentre regna il Diavolo? Chi fosse capace di scrivere la
sceneggiatura della propria vita e brillare come una stella almeno agli occhi
dei soci di carta inventati per l’occasione! L’uomo sogna che il destino sia
suo, il bambino sogna l’uomo che batte nel suo petto, per scoprire dietro
l’angolo che basta una raffica di vento a ridurre i suoi sogni a frammenti
condannati alla spazzatura. Alla fine la vita umana è come quella della canna:
se il vento si fa più forte, si spezza e i suoi resti cadono nel pozzo
dell’oblio. Chi non ha ceduto alla tentazione di lasciarsi morire e porre fine
a tutto una volta per tutte? O saremo i più forti finché non verrà dimostrato
il contrario?
Per tutti arriva l’ora della verità. Ogni creatura ha la propria. Ed è in
quell’ora che l’essere va avanti o crolla. Questa era l’ora della verità per la
madre della Vergine.
«Che cosa siamo, Maria?», gridava piangendo la madre della Vergine per la
perdita del marito. «Lottiamo contro gli elementi con le forze di una creatura
di fango. Innalziamo i nostri idoli in onore di chi ci dona la vittoria.
All’Altissimo dedichiamo la nostra gloria. Ma l’Onnipotente non si stanca mai
di vederci ridotti alla condizione delle bestie. Il campione avanza per
raccogliere la sua corona quando la Morte gli si para sulla strada.
L’Onnipotente si alza per salvare il corridore solitario dal lasciare l’anima
in pista? Perché rimane seduto sul suo Trono Onnipotente e Onnisciente mentre i
resti vengono spazzati via dalla pista dal vento? È questo che siamo, figlia
mia, polvere che sogna di essere roccia, roccia che sogna di essere montagna,
montagna che sogna di essere nido di aquile? Che ne sarà ora dei tuoi
aquilotti, mio sposo? Chi si alzerà a proteggerli quando il serpente si
arrampicherà sulla rupe e la loro madre non saprà come difendere da sola i tuoi
figli?”.
Cosa si poteva rispondere a quella donna? Quale pazzo avrebbe osato dirle
ciò che quegli ignoranti visitatori dissero a Giobbe nella Bibbia?:
«Sta' zitto ormai, vecchio rimbambito», gli dissero quegli amici. «Se
marcirai sarà perché sei più malvagio di tutti i diavoli messi insieme. Ci hai
ingannati tutti con le tue elemosine e le tue farneticazioni. Grazie a Dio il
Signore ci ha svelato la tua falsità e la tua ipocrisia. Per questo ti punisce
il Dio che hai cercato di ingannare come hai fatto con noi. Taci e soffri,
vecchio marcio».
Che amici! Volevano costringere il povero Giobbe a riconoscere che la
miseria nasce dalla miseria, che chi possiede trattiene ciò che ha perché lo
possedeva, che nessuno è forte per capriccio, ma che la felicità o la sventura
di una persona ne determinano il valore. Secondo questi saggi, i poveri sono
tutti peccatori pervertiti, corrotti e viziosi che meritano ciò che soffrono; i
buoni sono tutti felici, vivono nell’idillio, possiedono l’oro, detengono il
potere, sono i migliori, gli eletti della provvidenza, la razza nata per essere
felice, e sono felici perché sono buoni, e quando saranno migliori saranno come
gli dei.
«Eva», disse Satana alla moglie di Adamo, «mangia di questo frutto e
impara. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi, ci sono gli sciocchi e ci sono i
saggi, ci sono i ricchi e i poveri, ci sono gli schiavi e i liberi, i forti e i
deboli, gli angeli e i demoni. C’è la vita e la morte, la verità e la menzogna,
la pace e la guerra: cos’è tutto questo se non il sale della terra?»
Santo cielo, da quando la sorte dei profeti non è dipesa da una nuvola in
più o in meno all’orizzonte!
«Ma quando il tempo è brutto, bisogna fare buon viso a cattivo gioco»,
ribatté prontamente il santo Giobbe.
«Dov’è lo sciocco che ride sperduto nella tempesta?», gli risposero ridendo
i visitatori.
«All’Indistruttibile, all’Invincibile spetta l’ultima risata», rispose loro
di nuovo Giobbe. «Di cosa e perché ridete voi? Quale luce siete venuti a
portare ai miei occhi? Volete condannarmi per ciò che ho fatto? Ignoranti, sto
venendo punito per ciò che non ho fatto».
«Giusto ciò che dici: al buono la ricompensa è gradita, quella del malvagio
è terribile. Ebbene, hai già il tuo salario. Ora, riconosci di essere un
peccatore, un traditore della provvidenza, come tu stesso hai detto confessando
che ciascuno riceve ciò che merita per il proprio operato. Dicci, peccatore,
cosa nascondevi dietro le tue elemosine e le tue pose da santarellino? Non è
forse per quelle che Dio ti ha punito? Questa è la punizione di Dio, non
piangere, scoppia di rabbia», gli risposero «gli amici» con un sorriso falso.
Con altri quattro di «quei “amici”», quanto tempo ci sarebbe voluto prima
che la pazienza di Giobbe si esaurisse? Invece di mettersi a piangere per la
sua sfortuna, il santo Giobbe scoppiò a ridere, si alzò e li cacciò da casa
sua.
La sua tragedia, la tragedia di Giobbe, non stava nel crollo delle mura
della sua fede al suono delle trombe dell’Inferno. Questo non era il problema
di Giobbe. La sua fortezza era stata eretta sulla roccia. A prova di bomba, la
sua fede rimaneva intatta. Il problema che trafiggeva Gio l’anima era il non
sapere cosa stesse accadendo, a cosa fosse dovuto quel cambiamento nell’umore
del suo Dio. Perché il suo Dio lo aveva abbandonato nudo e in balia di se
stesso di fronte a un nemico armato fino ai denti
Il guerriero segue il suo Eroe e Re sul campo di battaglia e, in un angolo
del crocevia, questi gli volta le spalle come chi sacrifica un pedone
sull’altare della vittoria?
Ebbene, proprio questo dilemma, proprio questo mistero era ciò che
stringeva per la gola l’anima della Vedova di Giacobbe di Nazaret. Lottando
contro le tenebre con l’unica arma divina a disposizione degli esseri umani, la
parola, la madre della Vergine cercava la risposta al perché la Morte le avesse
portato via il marito. E non la trovava.
«Perché il nostro Dio non fa nulla, Maria? Perché lascia che il serpente si
arrampichi sulla rupe e perché gli rende le cose più facili eliminando il padre
dei suoi cuccioli? Lui non la vede avvicinarsi, figlia mia? Perché il Dio di
tuo padre non ha afferrato l’arco e la freccia e con il fulmine del suo sguardo
non ha fulminato la Bestia? La freccia ha mancato il bersaglio, il vento l’ha
deviata e, cercando il drago, ha ucciso l’eroe? Dimmi, figlia mia, perché la
mia anima è amareggiata e i suoi occhi non riescono a scorgere i piani
reconditi dell’Onnisciente. Ma cosa siamo, Maria? Perché si esige la
comprensione di un dio da una creatura di argilla condannata alla polvere per
aver mangiato una mela? Non guardarmi con quegli occhi, non rimproverarmi se il
mio cuore sanguina parole. Cosa sgorgherà dalla ferita della Cerva dell’Aurora
quando, al sorgere del mattino, il cacciatore la inseguirà nell’ora delle prime
gioie? Non sarà forse maledetta la freccia che penetra nel petto della colomba
che sale sul cavallo del vento, trotta per i cieli e torna felice a casa del
suo signore? Ecco che arriva, figlia, ecco che raggiunge il braccio del suo
signore, ecco che anche il dardo assassino solca l’aria; il suo signore ha il
potere di afferrarlo in volo, ma guarda, non fa nulla, rimane immobile come se
quella fosse la ricompensa per aver compiuto la sua sacra missione, e già la
figlia di Mercurio cade nella polvere ai piedi di chi le volta le spalle. Non
dirmi di tacere, Maria, non vedi che altrimenti muoio?”.
So solo che non so nulla; anche se dicono che Dio creò l’uomo e la donna
perché si amassero e non si separassero mai, si dice anche in giro che il
Diavolo giurò di rendere impossibile quell’amore. Ma in questo mondo c’è gente
che è sorda e non capisce, non si accorge di nulla, ride delle corna del
Diavolo e sfida la morte a spezzare ciò che Dio ha unito con legami più forti
delle parole del Serpente.
Anna, la vedova di Giacobbe, e Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, futura
madre di Gesù Cristo, hanno vissuto questa sfida. Una volta che si sono
conosciuti, se non si fossero sposati sarebbero morti, e quando si sono sposati
non riuscivano più a concepire l’idea di vivere l’uno senza l’altra. Ogni anno
trascorso insieme hanno adorato il Dio che ha trasformato una costola, una
semplice costola, in qualcosa di così bello come quell’amore.
LA MORTE DI GIACOBBE DI NAZARETH
Genealogia del Salvatore: Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide,
figlio di Abramo: Abramo generò... Davide; Davide generò... Zorobabele;
Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliakim, Eliakim generò Azor, Azor generò
Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud generò Eleazar, Eleazar
generò Matán, Matán generò Giacobbe, e Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di
Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo.
Giacobbe, figlio di Matán di Nazaret, morì pochi mesi dopo la nascita del
figlio maschio che lui e sua moglie Anna avevano tanto sognato e per il quale
non avevano smesso di impegnarsi finché non l’avevano avuto. Sappiamo bene che
la storia di avere una coppia, quella di partorire un maschio, è un luogo
comune. Ma in quei giorni di terrore fiscale e di siccità lunghe come il
deserto del Sahara, un uomo non poteva che sognare di avere un figlio maschio.
Per trasmettergli tutta la sua conoscenza dei lavori dei campi, per appoggiarsi
alle sue braccia giovani quando le proprie non avrebbero più potuto reggere il
carico a causa della vecchiaia. Certo, ci sono sempre i generi , ma non è la
stessa cosa. Non è la stessa cosa essere visto come un peso o essere sostenuto
dal figlio nato dal proprio grembo. Né è la stessa cosa lasciare tutto ciò che
i propri genitori hanno lasciato a proprio figlio piuttosto che al figlio di
uno sconosciuto. A chiunque pensi che quegli uomini fossero antiquati,
ignoranti della vita, che non sapessero che una donna può fare ciò che fa un
uomo, o addirittura meglio, a questa gente moderna la cosa migliore che si
possa offrire è il silenzio.
Facendo orecchie da mercante all’intelligenza di tanti moderni, sempre
rivolti verso il sole dei secoli, Giacobbe di Nazaret e sua moglie corsero
dietro all’uomo, incantati di goderne pur essendo antiquati. E lo raggiunsero,
eccome se lo raggiunsero. Lo chiamarono Cleofa perché, vedendolo per la prima
volta tra le braccia di sua madre, a Giacobbe di Nazaret ricordò suo suocero.
Per quanto riguarda l’aspetto fisico, cosa si può dire del suo bambino? Il
ragazzino più bello del mondo, naturalmente.
Ebbene, si sentivano già tutti a casa di Maria in paradiso quando
all’improvviso a suo padre venne quel sonno sotto quel fico. Quanto erano
felici papà e mamma! Cinque bambine come cinque soli, tutte sane, tutte
allegre, tutte intente a giocare con il pupazzo che i genitori avevano comprato
loro. In carne e ossa. Piangeva, faceva pipì davvero, chiedeva il burro, faceva
la cacca. Una gioia. E all’improvviso, mentre erano tutti a casa come in
paradiso, al papà viene voglia di morire. Una tragedia. Che peccato! Il diavolo
in persona che attaccasse la casa da ogni parte non avrebbe potuto ferire così
tanto la madre di quelle sei creature. Il dolore della Vedova era tanto più
profondo in quanto non aveva nessuno della sua famiglia al suo fianco; nella
sua disperazione si sentiva già assediata da un nemico invincibile che le
imponeva la resa immediata o la distruzione totale della sua casa. Se solo
avesse avuto al suo fianco i suoi genitori, o sua zia Elisabetta. Ma no,
nessuno. E chi era lei a Nazaret? Nonostante gli anni, la moglie di Giacobbe
continuava a essere un’estranea, la forestiera che aveva portato via al paese
il suo scapolo d’oro.
«Con quanto erano belle loro, andarsene a sposare uno di fuori; per di più
una piccolina, che sembra una sciocca», si consolavano le ragazzine di Nazaret.
«Molto raffinata. Molto educata. Vedremo quando inizierà a partorire e dovrà
mandare avanti da sola la casa del suocero, che ne sarà delle sue maniere e del
suo faccino da principessa della Città Santa». Cose di paese: non ti vogliono
male, ma non ti augurano nemmeno nulla di buono. Chiunque venga da fuori deve
rendere conto ai vicini delle proprie intenzioni. Tutto deve adeguarsi alle
regole della comunità; la tradizione comanda.
La vedova di Giacobbe di Nazaret non le conosceva forse tutte? Non
l’avevano forse osservata durante gli anni di magra come chi aspetta che l’eroe
crolli per godersi lo spettacolo di quelle due torri che mordono la polvere
come qualsiasi campanile di paese? Quale consolazione avrebbe potuto trovare la
Vedova in coloro che stavano già facendo i conti e calcolando come potersi
spartire il patrimonio del defunto? Quanto le avrebbero offerto per i vigneti?
Quanto per gli uliveti? Quanto per i terreni incolti?
«Perché uccidiamo il miracolo della nostra esistenza quotidiana con giudizi
contro il prossimo, figlia mia? Chi sa quanti saranno i nostri giorni in questo
mondo? Solo il Signore lo sa; ma dalla sua bocca non esce mai quel numero. Ti
immagini se ti sorprendesse mentre critichi aspramente la tua vicina, o mentre
lanci la prima pietra? Non sarebbe più bello se ti sorprendesse mentre
condividi il tuo pane con il povero?», diceva la madre alla figlia Maria,
mentre cucivano, da sole. Eppure ora era la madre a chiedere alla figlia di
essere gentile con lei e di non negare ascolto al dolore della sua anima.
«Lasciami morire, Maria. Non preoccuparti se la mia anima se ne va tra
parole spezzate. Il Signore mi ha portato via mio marito lasciandomi sola con i
suoi sei figli. Perché i miei occhi dovrebbero trattenersi e il mio cuore
invidiare la roccia che l’Onnipotente ha per cuore? Figlia mia, è facile dalle
nevi guardare la valle che arde d’estate. Quando mai l’Onnipotente si è messo
nei panni del soldato che cade nudo sul campo di battaglia difendendo la
propria vita per l’onore della sua anima di argilla tenera e umida? Com’è
facile sedersi sul trono del giudizio a firmare sentenze! Il Signore è lontano
dalla debolezza umana, le nostre passioni non Lo toccano. Se fa freddo, l’ e
non trema; se fa caldo, non suda; se gli scagliano una freccia, non lo colpisce;
se dorme, nulla lo turba. Che ne sa l’Indistruttibile della fragilità della
nostra esistenza? Non vedi, figlia mia, che la valle si inonda delle nostre
lacrime? Perché dovrei reprimere il mio dolore e legare la mia lingua alla
paura? Il guerriero non corre forse incontro alla morte? Che Dio mi uccida, che
mi restituisca la vita del mio uomo; perché non fa nulla, perché rimane vigile
dall’altra parte del precipizio? Su quali ragioni, figlia mia, l’Eterno fonda
il suo silenzio e il suo comportamento impassibile? Se almeno si elevasse come
un sole e parlasse con la voce della tempesta, e dalla sua anima i raggi della
sua saggezza tessessero nel firmamento nuvole gravide di intelligenza. Ma no,
figlia mia, che la tempesta si infuri, che le terre tremino, che le montagne
crollino e seppelliscano città e villaggi, o che il mare si scateni e sommerga
le isole con la loro gente, il Signore, irraggiungibile, indistruttibile, non
muove un sopracciglio. Vede il disastro e tutto ciò che offre è un fazzoletto
da lutto con cui chiede perdono per non aver anticipato il movimento del
Serpente? Dimmi, figlia mia, che non è stato Lui a scagliare la freccia che ha
ucciso l’aquila e ha lasciato in balia del diavolo il nido dei suoi aquilotti.
Ma non negarmi il diritto di lamentarmi della sorte delle mie figlie sul
cadavere del mio defunto».
Attanagliata dal dolore di sua madre, Maria la consolava in questo modo:
«Siamo tutti uguali ai Suoi occhi, madre. Unici lo siamo solo agli occhi
dei nostri genitori. Noi, Sue creature, guardiamo solo fino a dove arriva il
nostro sguardo, ma Lui porta sulle Sue spalle il peso di tutti noi. A tempo
debito Egli si leverà, madre. E i Suoi piedi risplenderanno dello splendore
dell’eroe vestito per la guerra contro colui che ha sottratto l’uomo a nostra
madre Eva. So di essere giovane, madre, ma credimi per tutto l’amore che provo
per Lui: il Dio di mio padre non permetterà che la casa di mia madre crolli.
Basta così, madre, asciuga le tue lacrime. La Morte porta via i migliori
pensando che, lasciando i malvagi, ci lasci noi piccoli senza protezione contro
i tiranni. Ignora che quando se ne vanno, i buoni vanno in Paradiso a prendere
le armi degli angeli. Papà ci ha difese come un uomo e ci ha fatto andare
avanti. Mio padre difenderà ora le sue figlie e il suo bambino con la spada dei
cherubini. Mamma mia, basta ormai, non guardi più il suo cadavere».
La vedova ascoltava le parole della figlia maggiore come chi riceve baci da
lontano.
Furono Maria e sua sorella Giovanna a trovare il padre seduto contro il
tronco di quel fico. A dire il vero, non era proprio il periodo del raccolto;
ma a Giacobbe di Nazaret piaceva raccogliere i primi fichi della stagione;
diceva che fossero i migliori per fare il pane di fichi.
Giacobbe sellò la bestia. Si diresse da solo verso i campi con la
rinfresca. Il boschetto di fichi si trovava dall’altra parte delle colline,
guardando dalla collina di Nazaret, proprio di fronte. Felice della vita, quel
brav’uomo salutò sua moglie. Le sue due figlie maggiori gli avrebbero portato
il pranzo e lo avrebbero aiutato a raccogliere i cesti. Fino a quel momento,
beh, insomma, un bacio, gli addii.
Vedendolo partire in quel modo così bello, chi avrebbe mai potuto
immaginare che quell’uomo sarebbe tornato a casa morto?
All’ora di pranzo Maria e sua sorella Giovanna si presentarono nei campi.
Maria era più grande di Giovanna di un anno ed entrambe erano due ragazze in
fiore. Maria e Giovanna cercarono il padre e lo trovarono seduto all’ombra di
quel fico.
«Lo lasciamo dormire ancora un po’, Giovanna? Nel frattempo raccogliamo noi
i cesti», disse María.
Le due sorelle si misero al lavoro. Finirono di raccogliere i cesti, e il
padre non si era ancora svegliato. Ma proprio non si svegliava.
«Papà dorme proprio tanto oggi, vero, Maria?», disse Giovanna.
Si diedero da fare lavorando ancora un po’. Alla fine cominciarono a
guardarsi preoccupate.
«Sarà successo qualcosa a papà, Giovanna?». E così la maggiore delle due
andò a vedere cosa fosse successo a suo padre.
Non ho intenzione di diventare sdolcinato come chi vuole conquistare il
lettore strappandogli un mare di lacrime. Chi più chi meno ha già affrontato le
pratiche di un funerale e sa quanto fa male perdere ciò che la Morte non
avrebbe mai dovuto portar via. Ma fu lei, Maria, inginocchiandosi per
svegliarlo, a scoprire la verità nel pallore del volto di suo padre.
La ragazza non gridò, non si spaventò. Prese la testa del defunto tra le
braccia, gli cullò il corpo, gli baciò la fronte, guardò sua sorella Juana che
si avvicinava in lacrime. Giovanna si strinse a sua sorella Maria e Maria si
lasciò abbracciare finché Juana non si sfogò e insieme riuscirono a ricomporre
le loro anime.
«Vai a casa, Giovanna, e racconta alla mamma cosa è successo», chiese Maria
alla sorella.
Giovanna montò sull’asinello e, piangendo con il cuore straziato, corse tra
le colline. Nel frattempo Maria rimase sola con il corpo di suo padre, sotto
quel fico, accarezzando il volto di colui che per lei era l’uomo più
meraviglioso del mondo, che se n’era andato senza dare a sua moglie e alle sue
figlie la possibilità di dirgli per l’ultima volta quanto lo amavano.
«Che ne sarà ora del tuo bambino, padre? In quali occhi troverà l’immagine
divina dell’uomo che noi, tue figlie, abbiamo scoperto in te?», sussurrava la
giovane Maria rivolgendosi al Cielo.
Come ho detto, un nemico crudele e sadico che avesse raso al suolo la casa
non avrebbe causato alla Vedova di Giacobbe di Nazaret tanto dolore quanto il
modo in cui la Morte le aveva portato via il marito. Se il suo uomo fosse morto
difendendo i suoi cari in qualche guerra, o sacrificando la vita delle sue
figlie al prezzo della propria, chi lo sa, ma morire in quel modo, senza
preavviso, proprio quando avevano trovato la felicità, dopo aver superato un
decennio di anni cattivi quanto il cuore di Erode.
A che vi racconto i litri di lacrime che la Vedova versò durante tutto quel
giorno e tutta la notte di quel pomeriggio? Non vi è mai morta una figlia in
fiore, o una sorella nel pieno della sua bellezza? La Morte non vi ha mai
strappato la stella dei vostri occhi lasciandovi nelle tenebre più tempestose?
Avreste dovuto ridere a crepapelle, battere le mani, con il cuore aperto a ogni
speranza, e all’improvviso, da un giorno all’altro, un’ora prima che spuntasse
l’alba, l’aurora si trasforma in una notte senza luna, la pianura si trasforma
in un pozzo senza fondo e, guardando in basso, scoprite il volto del Serpente
che vi dà il benvenuto.
E il fatto è che Jacob e Anna si erano amati fin dal primo giorno in cui i
loro sguardi si erano incrociati. Fu amore a prima vista. Fu basta uno sguardo
per capire che la ricerca era finita.
Giacobbe e Anna erano nati l’uno per l’altra; erano fatti l’uno per
l’altra; erano le due metà dello stesso frutto. Era naturale che lui morisse
innamorato di sua moglie come il primo giorno e che la Vedova lo perdesse più
innamorata che mai di suo marito. E se a questo dolore si aggiunge il fatto di
rimanere senza un uomo in casa che si occupasse dei campi e del bestiame: ecco
la ricetta magica all’origine delle lacrime amare che la Vedova riversò nel
cuore di sua figlia Maria nei due giorni che seguirono il funerale del padre;
l’avete già letta.
IL VOTO DI MARIA
Come le cattoliche di sempre, quelle donne ebree erano molto inclini a
lamentarsi tragicamente per la morte di una persona cara. Non dico che sia né
un bene né un male, semplicemente era così. I romani, al contrario, usavano il
funerale come pretesto per un banchetto, l’ultimo banchetto, l’ultima cena dei
Cesari. Il banchetto d’addio a Cicerone negli affreschi dell’ a dimora del
defunto a Pompei ci mostra i suoi parenti e amici che brindano alla salute del
defunto. La corona dell’oratore sulle loro teste ricorda quella di alloro, ma
intrecciata con rami di vite. Santo cielo, i romani avevano il cuore così duro
che nemmeno la Morte riusciva a strappare loro una lacrima. Avevano bisogno di
essere toccati dal bastone di Bacco per ricordarsi che erano uomini, in carne e
ossa proprio come gli altri barbari del mondo. Finché non erano ubriachi
fradici non versavano una lacrima.
Gli ebrei, al contrario della maggior parte dei popoli, preferivano
vegliare il defunto a torso nudo, a petto in fuori. La distanza,
l’allontanamento, l’assenza richiedono un tempo di distacco. Suppongo che
l’usanza imponga la propria cultura e che ogni cultura la viva a modo suo. Gli
ebrei, tra tutte le possibilità, scelsero quella più dolorosa: non seppellivano
il defunto se non il terzo giorno dalla sua morte.
Le lacrime erano assicurate! E se poi si aggiungeva il caso che ci occupa,
un uomo giovane, nel fiore degli anni, sposato e innamorato della sua vedova
come il primo giorno, padre di sei figli, un uomo che non era mai stato malato,
un uomo che non sembrava mai stancarsi, che morì senza avere nessuno che si
occupasse dei suoi campi, che se ne andò proprio quando la tempesta si stava
placando, beh, mettete tutti questi elementi nello stesso shaker, agitatelo, e
il risultato sarà esplosivo. L’esplosione scatenata dalla morte di Giacobbe di
Nazareth la scoprirete tra poco; le sue conseguenze perdurano ancora oggi.
C’era la vedova stessa. Fin da ragazzina la madre della Vergine era stata
molto capricciosa. Il giorno in cui suo padre, Cleofa di Gerusalemme, le proibì
persino di pensare di sposare l’uomo che sarebbe stato il padre delle sue
bambine, è certo come che piove che la giovane fidanzata corse via in cerca di
sua zia Isabel, per le strade di Gerusalemme lasciando una scia di lacrime
spezzate.
La zia Isabella, moglie di Zaccaria, futuro padre del Battista, la
conosceva già. Non a caso Anna era sua nipote. La zia Isabella rise guardandola
negli occhi mentre le asciugava le guance di Maddalena, ormai in preda al
pianto.
«Ma dai, ragazzina, mi dici cosa ti succede? Quando ti scatti in questo
modo ti dimentichi che io non so nulla. Piangiamo insieme o rido di te finché
non ridi con me?». Zia Isabella amava sua nipote Anna con una tenerezza divina.
Quella donna, zia Isabella, voleva bene a sua nipote più delle mura di
Gerusalemme, più delle nuvole del cielo primaverile, più delle stelle del
mattino e della sera messe insieme; le voleva bene più dei suoi vestiti e più
dei suoi oggetti d’argento, ma ogni volta che la sua Anita le si gettava
addosso in quel modo, non sapeva se assecondarla nei suoi bronci o se scoppiare
a ridere delle sue lacrime. Non è che a ogni cambio della guardia sua nipote
Anna le inondasse il deserto con torrenti di acqua salata. La verità era che
quando si agitava in quel modo, al punto da non riuscire nemmeno a pronunciare
una parola, e bisognava darle il tempo di calmarsi, significava che era
successo qualcosa di davvero grave alla sua Anita.
La morte del padre delle tue bambine, solo due delle quali ragazze, le
altre ancora piccole, e un neonato che dava del filo da torcere, in verità, è
davvero un buon motivo per piangere fino a quando le ossa non si seccano.
Accadde proprio questo: la Vedova, la madre della Vergine, sprofondò nelle
profondità della disperazione comprensibile in quel caso. Per un po’ rimase
muta. Non diceva nulla, piangeva soltanto abbracciata a quella creatura che non
avrebbe mai conosciuto suo padre. Con Cleofa tra le braccia, la Vedova di
Giacobbe di Nazaret pianse tutto il giorno e tutta la notte.
Disperata, si vedeva circondata da un’oscurità densa e fatale; affranta,
immaginava già la casa del suo defunto divorata dalle tasse; distrutta, a
pezzi, si vedeva già vendere le sue bambine per salvarle dalla rovina.
Erano tutte figlie di Davide; in un’epoca in cui non bastava essere ebrei,
ma bisognava dimostrarlo, avere come moglie una figlia di Davide era un
passaporto per i benefici che Cesare aveva concesso agli ebrei in segno di
gratitudine per avergli salvato la vita contro l’ultimo dei faraoni.
Ve lo racconto.
All’inseguimento di Pompeo, Giulio Cesare si ritrovò nei guai. Si vide
Cesare correre come un pazzo dietro a Pompeo. E guarda un po’ dove finì: in
Egitto. A quel tempo il fratello della faraona aveva appena ucciso Pompeo.
Questo stesso faraone, che aveva appena giustiziato Pompeo, venne da Cesare e
se la prese con lui. Credo che il fratello di Cleopatra abbia persino osato
dichiarare guerra al Conquistatore della Gallia.
Come è noto, contro ogni speranza quel faraonetto stava per mandare Cesare nell’Eliseo dei famosi generali romani. Fu allora che
il padre di Erode riuscì a radunare migliaia di cavalieri, ad attraversare al
galoppo il deserto del Sinai e a caricare contro il fratello di Cleopatra,
rompendo l’accerchiamento e salvando Cesare dal pericolo. Come ricompensa,
Giulio Cesare concesse agli ebrei una serie di privilegi imperiali, come
l’esenzione dal servizio militare, la libertà di movimento per la decima del
Tempio e così via.
La condizione sine qua non per beneficiare di tali privilegi era quella di
essere cittadini della Giudea.
Astuti come volpi, sfuggenti come anguille, gli ebrei trovarono molti modi
per falsificare i documenti. Tra tutti i modi immaginabili per eludere
l’Impero, il più semplice era quello di procurarsi dei documenti falsi, che
qualsiasi burocrate impiegato presso il Registro del Tempio di Gerusalemme ti
forniva per una manciata di dracme.
Ma c’era un altro modo, ancora più economico.
Quale modo migliore per entrare a far parte della lista dei privilegiati se
non dichiararsi discendente del re Davide? E per chiudere il cerchio in modo
ancora più perfetto, bastava aggiungere di essere nato a Betlemme di Giudea,
«per favore».
E c’era ancora un’altra formula, persino migliore, più piacevole: comprare
dal re Davide una figlia come moglie, ovviamente.
Le discendenti del re Davide erano quindi molto richieste; se si pagava
bene per una figlia di Davide, quanto si sarebbe pagato per una vera figlia del
re Salomone? E non una qualsiasi, una solo di nome, no; stiamo parlando di una
vera e autentica discendente del mitico re saggio.
Una pratica così comune all’epoca, quella di vendere le figlie al miglior
offerente, alla vedova di Giacobbe di Nazaret sembrava equiparare la donna al
bestiame. Per Giosuè e le settecento trombe che abbatterono le mura di Gerico,
avrebbe dovuto vendere le sue bambine per denaro? Lei che si era sposata per
amore e conosceva quanto fosse dolce il matrimonio per amore e solo per amore?
L’idea le lacerava l’anima.
Tuttavia, non vedeva come avrebbe potuto salvare le sue figlie dall’essere
trattate come bestie che si comprano e si vendono nel mercato delle passioni
umane. Più ci pensava, e il cadavere del suo defunto non smetteva di
ricordarglielo, più amare le sembravano le lacrime per il futuro che attendeva
le sue bambine. C’era anche il bambino.
«E che ne sarà del mio Cleofa senza tuo padre, Maria? Che ne sarà della
casa di tuo padre, figlia mia?», confidava la vedova di Giacobbe di Nazaret nel
cuore di sua figlia Maria.
Tra madre e figlia, che vi posso dire?, la figlia sembrava la madre. Maria
abbracciava sua madre e la consolava con parole piene di tenerezza e saggezza.
Eppure quella ragazza era nel fiore degli anni.
Maria era una creatura che in questo mondo non aveva conosciuto altro che
gioie. Aveva amato suo padre alla follia e, vedendola consolare le sue sorelle
e la propria madre, chiunque avrebbe detto che ancora non riuscisse a credere a
ciò che stava accadendo.
«Papà dorme, Giovanna», fu la prima cosa che uscì dal cuore di Maria quando
lo trovarono morto.
«Papà è in Paradiso, lì ci aspetta tutte, Ester è già lì, vieni qui Rut,
calmati Noemí», diceva alle sue sorelline mentre tratteneva le lacrime.
La ragazza lasciava le sorelle con Giovanna e andava dalla vedova:
«È tutto a posto, mamma; papà è in Cielo. Il suo Dio non permetterà che le
sue figlie vengano vendute come schiave», sussurrava all’orecchio di sua madre,
asciugandole le lacrime con i baci.
«Figlia mia», cercava di articolare la Vedova. Ma non riusciva mai a finire
la frase, si scioglieva in singhiozzi e tornava alle sue tenebre, quelle che
avvolgevano la sua casa e dipingevano l’orizzonte della sua famiglia con i
colori tormentati di una visione macabra.
Il risultato della naturale disperazione della vedova di Giacobbe di
Nazaret fu il seguente.
La visione tenebrosa che la vedova si era fatta sul futuro delle sue figlie
corrispondeva alla realtà di tutti i giorni. La morte del capofamiglia
costringeva le vedove a consegnare le proprie figlie al pretendente che
mettesse più denaro sul tavolo, a prescindere dall’età dell’acquirente. Era la
verità e non c’era bisogno di rifletterci oltre. Dal punto di vista del maschio
ricco, più vedove c’erano, meglio era: così avrebbe avuto più «merce fresca e
giovane» tra cui scegliere.
Il mondo era fatto a immagine e somiglianza delle passioni dei potenti e
tutto ciò che si dice contro questo non ci porterà da nessuna parte. Come se
non bastasse, con le leggi sul divorzio approvate di recente, la carne
femminile veniva acquistata per essere usata e gettata via; veniva consumata a
piacimento del consumatore e poi i resti venivano gettati via affinché chi
veniva dopo potesse succhiarne le ossa. E guai a chi non seguiva l’esempio!
Nelle classi alte, avere una sola moglie era segno inequivocabile di
cospirazione contro Erode.
«Quello si è sposato una sola volta? E non si conosce almeno una seconda o
una terza moglie? Sicuramente quello cospira contro Sua Maestà, Altezza». Per
ragioni assurde come questa, in quei giorni le teste degli ebrei rotolavano per
le strade di Gerusalemme.
Non era qualcosa che la Vedova si stesse inventando. Lei era di
Gerusalemme, apparteneva all’alta società, conosceva questa realtà da vicino
quanto il fatto che suo marito giaceva morto davanti alle sue figlie.
«Basta così, non piangere più, non è poi così grave, tutto si risolverà, il
Signore non permetterà che ciò accada». Parole molto belle, di cui la Vedova
era grata. Lei sapeva solo che appena un giorno prima si era alzata con la
gioia della donna più felice del mondo e non erano passati nemmeno due giorni
che era diventata «la Vedova».
«Lasciami piangere, figlia mia. Non vedi che, se non piango, morirò?»,
supplicava inconsolabile la vedova alla figlia Maria.
Approfittando di un momento di calma, mentre Giovanna e Maria erano sole
con la madre, Maria, figlia di Giacobbe di Nazaret, aprì bocca.
Il Cielo mi è testimone di ciò che sto per dire, e che mi mandi
nell’orrendo Inferno se invento anche solo una parola. La notte di quel giorno,
durante la veglia funebre per la morte di suo padre, la figlia maggiore della
Vedova di Giacobbe di Nazaret legò la propria vita a un albero che aveva il
potere di impiccarla se non avesse adempiuto al Voto che aveva impresso nel
cuore di sua madre e di sua sorella Giovanna.
Maria avrebbe potuto tacere; era in suo potere portarsi un dito alle labbra
e non sottoporsi alla prova. Ma non era nella natura della figlia di Giacobbe
resistere agli impulsi della propria personalità. Preferiva accettare le
conseguenze in tutta la loro severità.
Nessuno le stava ascoltando, erano sole le tre davanti a Dio. Per questo vi
ho detto che chiunque voglia essere sicuro di ciò che scrivo, ecco che c’è Dio
stesso che ha preso in parola , la figlia di Giacobbe di Nazaret, per
confermarmi o smentirmi. Che Dio si presenti come Giudice è naturale, che
intervenga come Testimone è qualcosa di straordinario. Ai coraggiosi, tuttavia,
spetta la gloria.
E continuo.
Lì, davanti a sua sorella Giovanna, Maria giurò a sua madre che ciò – che
le sue figlie fossero vendute come schiave al miglior offerente – non sarebbe
mai accaduto alle sue sorelle; prima il Diavolo avrebbe dovuto detronizzare
l’Altissimo, l’Inferno conquistare il Paradiso, oppure sarebbe accaduto quando
il cuore di Erode fosse stato elevato agli altari.
La fede della figlia di Giacobbe di Nazaret era così grande, la sua fiducia
nel Dio di suo padre era così innocente che non le entrava in cuore che il suo
Signore potesse abbandonare la sua famiglia in balia dei tempi.
Allora, con grande serenità, con la serietà di una persona adulta, lei,
Maria De Salomone, figlia di Giacobbe di Nazaret, prese a testimone il Dio di
suo padre e, davanti a sua madre e a sua sorella Giovanna, giurò, invocando la
Legge di Mosè contro se stessa se avesse infranto il suo voto, che lei, Maria
De Salomone, non si sarebbe tolta il velo di lutto per la morte di suo padre
finché non avesse visto sposate tutte le sue sorelle, e che non avrebbe firmato
il proprio contratto di matrimonio finché non avesse visto sposato e con figli
il suo fratellino Cleofa.
Anzi: non si sarebbe sposata finché non avesse visto i figli del suo
fratellino Cleofa che saltellavano allegramente, tutti felici e contenti in
quella stessa stanza dove ora il dolore regnava trionfante. Fino a quel giorno
non si sarebbe tolta il velo di lutto per suo padre.
La vedova alzò lo sguardo verso l’infinito. Giovanna guardò sua sorella con
lacrime di eternità negli occhi. Maria De Salomone continuò dicendo:
«In memoria di mio padre ti giuro, madre, che le mie sorelle non
conosceranno alcun sposo. Quando usciranno dalla casa di mio padre, se ne
andranno gioiose tra le braccia di quell’amore che hanno vissuto i loro
genitori e di cui noi figlie abbiamo bevuto fino a saziarci. Nessuno comprerà
le figlie di Giacobbe. Consola la tua anima, mia madre. Quel bambino che hai
tra le braccia sceglierà tra le figlie di Eva la più bella. Che il Signore mi
castighi se manco alla parola data: mi dia come sposo l’uomo più malvagio del
mondo. Non spezzarti più il cuore, madre; non offendere il Cielo incolpando
Nostro Signore della nostra sventura, affinché mio padre non debba chinare il
capo davanti ad Abramo per l’offesa che recano le lacrime che non finiscono
mai. Mio padre cammina tra gli angeli e ai piedi del suo Dio chiede clemenza
per la sua casa. Diglielo tu, Juana».
ZIA ISABELLA A NAZARET
La notizia della morte di Giacobbe di Nazaret si abbatté sulla casa dei
suoi suoceri e degli altri parenti di Gerusalemme con la forza di un ciclone
senza occhio che distruggeva alla cieca case e raccolti. Cleofa e sua moglie,
nonni di Maria da parte di madre, volevano correre subito a Nazareth.
La prudenza consigliava a Zaccaria e alla sua famiglia di mantenersi a
distanza, di recarsi a Nazareth più tardi, di rimandare a un’occasione più
propizia, per non destare sospetti alla corte del re Erode se fossero andati
tutti insieme. Qualsiasi spia del re avrebbe potuto trovare strano che un
personaggio del calibro del figlio di Abia si interessasse alla sorte di un
semplice contadino della Galilea. E attirare l’attenzione del tiranno sulla
casa della Figlia di Salomone era l’ultima cosa che Zaccaria potesse
permettersi.
«Fai come vuoi, uomo di Dio», con queste parole Isabella chiuse la
discussione con il marito sull’opportunità o meno di lasciare Gerusalemme in
quel momento. «Fai come vuoi», gli ripeté Isabella, «ma questa figlia di Aronne
ora va di corsa ad abbracciare la bambina del suo cuore».
Isabella, moglie di Zaccaria, futura madre di Giovanni Battista, sorella
maggiore della madre di Anna e, di conseguenza, zia materna della Vedova, era,
per queste coincidenze della Vita, zia nonna della Vergine.
Proprio come Zaccaria, suo marito, Isabella apparteneva alla casta di
Aronne, tra i cui membri venivano scelti quelli del Sinedrio. Con questo non
intendo dire altro se non che l’educazione della futura madre del Battista non
corrispondeva a quella che di solito ricevevano le altre donne ebree. E se a
ciò aggiungiamo il fatto che Isabella era stata predestinata fin dal grembo
materno a diventare la moglie del padre del Battista, credo che da questa
prospettiva della Provvidenza le porte del tempo si aprano a chiunque osi
varcarle.
Ebbene, è proprio così: Isabella di Gerusalemme, prozia della Vergine, era
la sorella maggiore della madre della vedova di Giacobbe di Nazaret.
E così avvenne; Isabella si recò di corsa a Nazaret in compagnia di Cleofa
e di sua moglie, genitori di Anna, madre di Maria.
Cleofa, padre della Vedova, era quindi il cognato di Isabella.
Cleofa sposò la sorella minore di Isabella e insieme ebbero Anna, la loro
nipote Anna, la loro stella dell’alba, la stella di quegli occhi che tanto
piansero per l’impossibilità di non poter avere figli.
Quando Isabella, Cleofa e sua moglie arrivarono a Nazaret, il padre della
Vergine giaceva già nella sua tomba. Gli abitanti di Nazaret, dal canto loro,
erano tornati alla loro vita quotidiana.
L’arrivo dei suoi genitori e di sua zia Isabella risvegliò nuovamente negli
occhi della Vedova quel fiume di lacrime che giaceva ormai addormentato come
morto, e che eccezionalmente tornava a scorrere quando i visitatori si
fermavano a consolarla. Non sapeva, non poteva, non voleva vivere senza suo
marito.
Per la vedova di Giacobbe di Nazaret, la zia Isabella era quella persona
che tutti i figli rimpiangono nei propri genitori. Ai genitori si rende onore,
ma a quell’altra persona si confessa tutto. Era quindi logico che fosse proprio
alla zia Isabel che la vedova rivelasse l’accaduto.
Come sempre, dopo i pasti.
“Il Nido della Cicogna”, la Casa di
Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salatiel, figlio di Salomone, re e padre
biblico della famiglia della Vergine, era una tenuta dei tempi feudali
persiani. Ad eccezione dei granai, l’intero edificio era in pietra lavorata;
persino le stalle.
Dove oggi sorge il bunker dell’Annunciazione, ieri si ergeva una dimora a
metà tra una tenuta e una fortezza.
Il salone principale dal Nido della Cicogna di Nazaret aveva le
pareti adornate dagli stemmi più antichi e imponenti. Ce n’erano di tutti i
periodi trascorsi dall’Impero di Nabucodonosor II a quello di Cesare I.
Inoltre, contro una delle pareti del salone principale dal Nido della Cicogna,
i muratori di allora avevano scavato un camino grande come una grotta. Davanti
al fuoco di quel camino erano sedute Zia Isabella e sua nipote Anna. Cleofa e
sua moglie avevano portato i nipoti a letto.
La Vedova si mise allora all’opera. Se le pareti potessero parlare,
direbbero che la Vedova preparò in un attimo uno stufato tale da sfamare mezza
Africa.
Zia Isabella trovava sempre il modo di placare quelle lacrime torrenziali;
non a caso quella era la sua bambina. Beh, era la figlia della sua sorella
minore, ma era come se fosse la figlia che lei non aveva mai avuto. Isabel
voleva bene a sua nipote Ana più di quanto ne avrebbe voluto alla propria
figlia. È un modo di dire. Ma quella storia di scoppiare a piangere,
sprofondare in un silenzio eterno, poi scoppiare di nuovo, quella non era
normale.
«Che ti succede, Anita?» le chiese Isabella preoccupata. «Perché hai
aspettato che i tuoi genitori se ne andassero per scoppiare a piangere in
questo modo? Ora siamo sole. Dai, dimmelo». Isabel cercò di capire cosa stesse
succedendo a sua nipote.
La Vedova apriva le labbra. Le apriva, sì, ma non riusciva mai a formulare
una frase completa.
«La mia Maria… Zia…»
«Che le è successo alla tua Maria, Anita?»
«Zia… io… la mia Maria…»
Non finiva mai. Con il carattere che aveva quella donna, era incredibile
che avesse tanta pazienza con sua nipote.
«Quando ti sarai calmata, me lo racconterai, figlia mia».
Questo accadde molto tempo dopo.
L’orso imbalsamato che occupava l’angolo del salone principale dal Nido
della Cicogna, se fosse stato vivo, si sarebbe già disperato. Sopra il
caminetto, una testa di leone originaria dell’Assiria sbadigliava in attesa.
Isabella continuava a guardare il fuoco quando la Vedova riuscì a terminare
il racconto sul voto della figlia maggiore.
«Ripetimi quella storia, Anita», le chiese Isabella, assorta e
meravigliata.
«Vedi, Zia? Lo sapevo che non ci avresti creduto», e la Vedova ricominciò
da capo.
All’alba, finalmente la madre del Battista era al corrente dell’evento che
avrebbe cambiato il corso della Storia dell’Universo.
«Sì, Zia, la mia Maria non si toglierà il velo di lutto per suo padre
finché non vedrà il mio bambino di pochi mesi sposato e ben sposato. Che cosa
ho fatto, mio Dio? E tu sai bene com’è la mia Maria; se fosse un uomo, la sua
parola sarebbe l’ultima cosa che infrangerebbe».
Quanto bene conosceva la Vedova la sua figlia maggiore!
LA CASA DI GIUSEPPE IL FALEGNAME
Addentriamoci ora un po’ nella storia di Giuseppe, futuro sposo della Madre
di Gesù.
La corporazione dei falegnami di Betlemme conobbe un forte slancio
economico in seguito alla nascita di Giuseppe. Questo non è il luogo adatto per
entrare nei dettagli intimi della vita dei genitori di Giuseppe il Falegname. A
tempo debito apriremo la porta come chi scosta un velo e vedremo faccia a
faccia la verità di quell’intimità che per ora, e fino ad allora, lascerò in
sospeso. Il motivo di questa scelta sarà chiaro più avanti. Per superare questo
momento di transizione, diciamo che un’incursione troppo profonda nella vita
dei genitori di Giuseppe il falegname interromperebbe il ritmo di questo
racconto. Quindi andiamo avanti.
Elí, padre di Giuseppe, mise al mondo molti figli, maschi e femmine. L’uomo
si trovava nel pieno della sua gioia quando un giorno anche le sue forze lo
abbandonarono, e morì.
Elí morì come muoiono tutte le cose, di stanchezza. Soprattutto a quei
tempi la causa della morte degli uomini era proprio quella: il lavoro. Morivano
sfiniti. C’erano le tasse, le decime, gli interessi. I lavoratori riuscivano a
malapena ad arrivare sani ai quarant’anni; a cinquant’anni erano già mezzi
morti. A sessant’anni erano già morti. Solo i ricchi e i tiranni arrivavano
sani e salvi ai settanta. Chi arrivava agli ottanta o era un santo o era un
mostro. Eli, padre di Giuseppe, non era né l’uno né l’altro. Solo un altro
lavoratore che vendeva a caro prezzo la vita dei propri figli in cambio di assi
e chiodi. Così, quando morì, il Cielo portò nella sua gloria un altro dei
buoni.
Come vediamo, la Morte stava seguendo le orme dei suoi nemici. Non avendo
nessuno che brandisse la spada contro di loro, la Morte stessa si scagliava
direttamente contro le due casate messianiche. Invisibile, silenziosa, colpiva
con l’unica arma a sua disposizione: le forbici delle Parche. Cieca, la Morte
scriveva pagine nere nelle famiglie dei suoi nemici. Ma dalla luce di colui che
governa il destino dell’universo, Dio lasciava che il Serpente agisse a suo
piacimento.
Ma lasciamo da parte le cronache dell’Inferno e della sua sconfitta.
Torniamo con i piedi per terra. Per ricordare rovine e miserie c’è sempre
tempo.
Dopo la morte di Eli, figlio di Matat di Betlemme, il diritto di
primogenitura rese Giuseppe padre per i suoi fratelli e le sue sorelle. Questo
diritto non comportava il dovere di rimanere celibe fino a quando l’ultimo
membro della sua famiglia non avesse formato una propria famiglia. Infatti, il
matrimonio con la Figlia di Salomone – Maria era allora la sua promessa sposa –
si avvicinava con il passare degli anni. Giuseppe doveva avere circa vent’anni
quando suo padre partì per il Paradiso dei giusti. Maria ne aveva probabilmente
un po’ meno.
Fu in quel periodo che morì il padre di Maria. E fu così che i due uomini
che si erano giurati di far sposare i propri figli scomparvero improvvisamente
di scena. Per tutta la vita avevano sognato di vederli sposati, e da un giorno
all’altro una svolta del destino strappò loro quel sogno dagli occhi.
Che ne sarebbe stato, da quel momento in poi, del futuro di quel giuramento
che Giacobbe di Nazaret ed Eli di Betlemme avevano fatto davanti a Zaccaria,
figlio di Abia, sacerdote?
Scomparsi entrambi, morti coloro che si erano impegnati a unire in
matrimonio Giuseppe e Maria quando l’età lo avesse richiesto, Maria e Giuseppe
erano liberi di andare avanti e di fare proprio o meno il giuramento dei loro
padri. Cosa avrebbero fatto? Come costringere Giuseppe a rimanere celibe fino a
quando l’ultimo dei figli di Giacobbe di Nazaret non si fosse sposato?
«Figlio mio, sii saggio davanti a Dio e ai suoi servi. Nessuna ricompensa
soddisfa la condizione dell’essere umano con maggiore pienezza che adeguare i
nostri passi alla sua saggezza. Non siamo nulla, non siamo nessuno quando si
tratta di soppesare la scelta tra assecondare i nostri desideri o quelli del
nostro Signore Dio. Riponi la tua completa fiducia nella Sua Onniscienza,
affida la tua fede al Suo braccio onnipotente, che non manca mai il bersaglio
né sbaglia il colpo. Tu conosci la Sua volontà; non voltargli le spalle. Io me
ne vado, ma Lui rimane e resta con te. Egli ti guiderà verso la vittoria delle
nostre Casate. Il suo angelo scriverà nel suo Libro: «Disse Dio, e così fu»,
Giuseppe è cresciuto con consigli di questa natura.
LA SIGNORA ISABELLA
Dopo la morte di Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, la vedova si riprese.
Con il sostegno di zia Isabella, la Casa della Vergine di Nazaret superò la
tempesta che, nel suo dolore, la vedova aveva immaginato durante il funerale
del marito.
La signora Isabel, appartenente alla classe aristocratica di Gerusalemme,
esperta nel mondo degli affari e delle leggi ebraiche, si fece carico di tutto,
smosse mari e monti e non lasciò Nazareth finché tutto non fu così saldamente
ristabilito che era come se Giacobbe non se ne fosse mai andato.
Astuta come solo lei sapeva essere, con mezzi economici sufficienti per
frenare i fratelli di Giacobbe che avrebbero potuto proporre alla Vedova di
acquistare le sue terre, Zia Isabella conservò per la figlia di Salomone, sua
nipote di secondo grado, fino all’ultimo acro.
Grazie a Zia Isabella, la Vedova non vendette nemmeno un fico. Zia Isabella
era lì per assumere gli uomini quando arrivava il momento del raccolto, per
firmare i contratti, per pagare gli uomini, per incassare i proventi delle
vendite e, cosa più importante, per prendere sotto la sua ala la nipote
Giovanna e insegnarle dalla A alla Z l’ABC degli affari.
Accadde così che Giovanna, la secondogenita dopo Maria, accompagnò la
sorella maggiore al Voto. Ma Giovanna, a differenza di Maria, che era
un’artista del cucito, ereditò il carattere risoluto del defunto padre; non si
stancava né di imparare da sua zia Isabella come gestire gli uomini né di farsi
strada nel mondo dei contratti; né si stancava di lavorare nei campi alla guida
dei braccianti che lavoravano per la sua tenuta. Molti scommettevano che, non
appena la signora Isabel se ne fosse andata, la ragazza sarebbe crollata e,
prima o poi, la vedova avrebbe dovuto vendere.
«Figlia mia, non dar loro retta», consigliava la zia Isabella alla sua
pronipote Giovanna. «Gli uomini ci guardano come se la Saggezza non fosse
nostra sorella. Poiché la prendono in moglie, credono che la Saggezza ci volti
le spalle. Giovanna, tu, non dar loro retta. E se il sole dovesse picchiare
forte e il raccolto fosse scarso, te lo comprerò tutto al prezzo di un raccolto
d’oro. È molto semplice, figlia mia. Mantieni sempre una sola parola; se hai
concordato di più per qualcosa che poi si è rivelato valere meno, mantieni la
tua parola; hai detto tanto, tanto paghi. Lo stesso vale quando saranno loro a
sbagliare con te. Hai concordato tanto, tanto incassi…»
Col tempo, la più piccola delle Vergini di Nazaret imparò a parlare con gli
uomini che lei stessa assumeva come se fosse un’adulta. Mai le terre del clan
dei figli di Davide di Nazaret furono così fertili come in quegli anni dopo le
grandi siccità.
Né i signorotti Dal nido della Cicogna, la grande dimora sulla
collina, erano mai stati vestiti meglio.
La signora Isabella, come ogni figlia di Aronne, era una maestra nell’arte
di tessere mantelli senza cuciture. Era il mantello dei membri del Sinedrio.
Moglie di un membro di spicco del Sinedrio, Isabella poteva assicurare alla sua
pronipote Maria che il suo laboratorio di cucito sarebbe stato il più
redditizio dell’intero regno.
- Ma Zia, le disse Maria, non posso abbandonare la casa di mia madre.
- Figlia mia, non parlarne nemmeno, le rispose Zia Isabella.
Il fatto che, pur essendo la zia nonna, la chiamassero Zia era dovuto al
carattere di Isabella stessa. Chiamarla «nonnina» la faceva sentire vecchia.
E così, tra le sue pronipoti Giovanna e Maria, il tempo trascorse per la
signora Isabella. Se alla sua Giovanna la signora aveva insegnato tutti i
segreti degli affari e, a suo nome, aveva assunto un caposquadra che la
aiutasse in tutto, e le aveva inculcato in testa che da Gerusalemme avrebbe
seguito le sue mosse giorno per giorno, e per Dio che sarebbe andata in
paradiso prima di vedere abbattersi sulle sue nipoti un’altra disgrazia; se
alla sua pronipote Giovanna affidò la gestione dei campi, alla sua “nipote”
Maria la fece sedere al suo fianco, e non la allontanò dal suo fianco finché la
pronipote non imparò dalle mani di un’esperta in lavori sacri i segreti più
reconditi del taglio e della confezione di un abito senza cuciture. La
Ragazzina, che era di per sé un’artista, poiché aveva imparato il mestiere da
sua madre, quando si congedò dalla «nonnina» non solo aveva ereditato uno dei
misteri più gelosamente custoditi dalle figlie di Aronne, ma aprì anche il
proprio laboratorio di sartoria a Nazaret.
Dal laboratorio di taglio e confezione della Vergine di Nazaret partirono
per Gerusalemme alcuni dei mantelli senza cuciture, orgoglio della casta dei
principi della Città Santa. Mantelli per i quali si pagava in oro sonante. Se
ne possedeva solo uno, ed era per tutta la vita.
«Ma zia, dove troverò i soldi per le sete e per i fili d’oro?», le chiese
una volta Lei.
«Non ti preoccupare per una nuvola, figlia mia», le rispose la signora
Isabella. «Quando ti affiderò l’incarico, ti manderò delle sete perché tu possa
vestire tutte le tue sorelle, e un sacco di fili perché tu possa fare a tuo
fratello una treccia con capelli d’argento. Se il Signore non mi ha dato figli,
sarà per un motivo. Cosa credono gli uomini? Per il figlio di Natan, tutto».
Figlia mia, hanno regalato al tuo Giuseppe un puledro iberico che persino un
generale romano vorrebbe per sé. Con lui, con il tuo Giuseppe, abbassano la
guardia e già il tuo Sposo sembra un principe tra i mendicanti. Chi mi impedirà
di regalare alla figlia di Salomone la Luna e le stelle avvolte in sete e
legate con fili d’oro?
E così fu. In effetti, il modo in cui le figlie di Giacobbe di Nazaret
vennero vestite suscitò l’ammirazione di tutti i membri del clan di Davide
della Galilea. Al momento di darle in sposa, si può già intuire quale fosse la
dote che la Vedova desiderava per Ester e Rut, le gemelle.
- «Dote? Chi ha parlato qui di denaro? Tu lo ami, figlia mia?» – era la
risposta della Vedova ai pretendenti delle sue figlie.
Si sbagliavano, eccome se si sbagliavano. Comprare una figlia dalla Vedova?
Impossibile.
Il miglior partito di tutta la regione?
Nessuno.
I campi della Figlia di Giacobbe producevano il cento per cento.
Dall’officina della Vergine di Nazaret uscivano gli abiti più belli, più
eleganti e più economici della regione. E il ragazzo di casa? A Cleofa, il
beniamino della famiglia, mancava solo la corona per mettere i figli di Erode
alla pari dei malviventi. Pertanto, chiunque volesse sposare le sue figlie non
si presentasse alla Vedova di Giacobbe parlando di denaro. Era il loro cuore
che dovevano mettere sul tavolo, spalancato, aperto come una luna piena, nudo
come il sole di un quaranta di maggio. E poi che fosse come il Cielo volesse.
LA SIGNORA MARIA
Alla morte dei nonni, Cleofa e sua moglie, Maria di Salomone ereditò la
casa della madre nella Città Santa. Parliamo della casa dell’erede di un
dottore della Legge che ebbe come padrino di carriera burocratica il capo del
gruppo di influenza più potente nella nascente corte del re Erode. Stiamo
parlando di una casa signorile. Stiamo parlando di una Signora, la Signora
Maria di Nazaret, figlia di Anna, figlia di Cleofa, cognato di Zaccaria, figlio
di Abia – Abtalione secondo la storiografia
ufficiale. Stiamo parlando quindi di una Maria, membro legittimo
dell’aristocrazia sacerdotale ebraica da parte di madre. (In questa prima parte
della Storia non entreremo nella vita della casa di Cleofa, padre della madre
della Vergine. Nella seconda parte ci addentreremo nell’argomento, chiederemo
il permesso e vedremo con gli occhi dello spirito cosa intendo quando dico che
Cleofa, padre della Vedova, apparteneva al gruppo aristocratico ebraico che,
pur non essendo erodiano, era il più influente presso la corte del re Erode.
Per ora basti la fiducia nel momento di articolare sulla roccia della nostra
fede i pilastri su cui poggia l’edificio di questa Storia).
Senza andare oltre, vediamo il Signore Gesù nel prologo dell’Ultima Cena
mentre manda un suo discepolo ad annunciare a uno dei suoi servi il suo arrivo.
L’uomo non oppone resistenza; e non oppone resistenza perché conosce il
messaggero e sa chi è il «signore» che lo sta esortando a preparare tutto per
l’Ultima Cena.
La leggenda di Gesù il falegname, diciamolo chiaramente, ha avuto origine
nella mentalità degli antichi piccoli centri. Il titolo locale del padre
passava al figlio. Il padre era falegname, il figlio sarà il Falegname per
tutta la vita, anche se dovesse arrivare ad avere più fanegas di terra di un marchese; suo padre era il falegname e suo figlio sarà il figlio
del falegname fino alla morte.
È vero, continuiamo a dire tutto, che Giuseppe arrivò a Nazaret seguendo la
rotta dei nomadi. L’uomo si stabilì nel paese, affittò dalla Vedova un pezzo di
terreno per piantare la tenda. Allestì la bottega. A Giuseppe finì per piacere
l’ambiente – così diceva lui in pubblico – e finì per innamorarsi
dell’ereditiera della Vedova. A quel tempo la Vergine era proprietaria di
fichi, vigneti, uliveti, terreni fertili, bestiame, ed era inoltre titolare di
un laboratorio di sartoria e cucito in pieno boom grazie all’ondata
nazionalista.
Fino ad allora gli abiti tradizionali dovevano essere commissionati in
qualche laboratorio della Giudea. Le donne ebree, soprattutto quelle di
Gerusalemme, avevano custodito gelosamente il segreto della confezione degli
abiti da sposa e dei vestiti per le feste nazionali. Fu allora che la Vergine
di Nazaret aprì il proprio laboratorio di sartoria e cucito.
In tali circostanze, l’apertura del laboratorio della Vergine di Nazaret, a
dire il vero, ebbe subito successo. Grazie ai legami di parentela che la sua
famiglia intratteneva in tutta la Galilea, la pubblicità necessaria, senza che
Lei dovesse aspettare che le cose andassero da sé, si diffuse a macchia d’olio.
Bastava solo osservare come si vestivano i suoi parenti. Poi c’era il prezzo:
la Vergine di Nazaret era una santa; se non avevi soldi, potevi pagarla quando
le cose ti avessero sorriso. Ti adattava il prezzo alla tua situazione e non
mandava mai l’uomo in frac a reclamarti i soldi. Una vera santa. Naturalmente,
quando fu annunciato il suo matrimonio con il Falegname, tutti rimasero a bocca
aperta.
La Vergine si sposa!?
La verità è che Giuseppe e Maria prima aspettarono che Cleofa si sposasse.
Il più giovane della famiglia sposò Maria di Canaan, anch’essa appartenente
al clan di Davide. Un anno dopo, Cleofa e Maria di Canaan diedero alla luce
Giacomo. (Questo Giacomo sarebbe diventato il primo vescovo di Gerusalemme. La
Storia lo conosce come Giacomo il Giusto, fratello del Signore, uno di loro, e
che in seguito fu assassinato dai suoi stessi fratelli di stirpe. Il destino
dei fratelli di Gesù fa parte della storia del cristianesimo. Un viaggio nei
ricordi dell’affascinante avventura dei primi cristiani, mi dispiace dirlo, va
oltre la portata di questo racconto. Il fatto è che la sorte dei fratelli di
Gesù fu segnata nella Notte della Strage degli Innocenti. Non furono forse
schiacciati i nipoti di Giuseppe sotto i piedi della Fortuna? La Bestia
perseguitava il Bambino e, nell’impotenza di trovarlo, riversò fuoco dagli
occhi contro tutti i suoi familiari. Quanti nipoti uccisero a Giuseppe in una
sola notte? Quanti figli di Cleofa furono portati via? Come detto, in futuro,
se Dio vorrà, approfondiremo la tragedia dei famosi fratelli di Gesù, figli di
Cleofa e di Maria di Cleofa. Ebbene, l’anno successivo alla nascita di Giacomo
il Giusto, Cleofa e Maria di Canaan – Maria di Cleofa nel Nuovo Testamento –
diedero alla luce Giuseppe. E continuarono a dare alla luce cugini e cugine di
Gesù.
IL NOMADE
Tra tutti i bambini di Nazaret, a nessuno come a Cleofa piacque così tanto
Giuseppe. Ma fin dal primo giorno in cui Giuseppe arrivò a Nazaret. Non è una
bugia che Giuseppe fece il suo ingresso a Nazaret in modo spettacolare. Il suo
cavallo iberico nero come la notte e i suoi tre cani assiri cacciatori di leoni
che rompevano magnificamente la monotonia. Poi c’era il cavaliere: un gigante
in sella al suo Bucefalo, figlio di Pegaso, il cavallo dei superangeli;
i capelli né lunghi né corti, alla cintura la stessa spada di Golia.
E lo straniero diceva di essere un nomade in cerca di avventure per le
province del regno.
I nazareni lo guardavano e non riuscivano a crederci. Un nomade come tanti
altri, all’avventura per quelle vie di Dio in sella a un puledro di quella
razza, bello come il cavallo di un arcangelo in piena battaglia, scortato da
tre belve, belle come cherubini e temibili come draghi?
Quel gigante era un puro mistero. I suoi tratti psicologici e fisici non
coincidevano con l’immagine popolare del nomade senza patria, sempre ubriaco,
sempre litigioso, piuttosto magro, con le labbra rosse da bevitore, il cervello
bruciato dal sole e dal freddo. No, signore, quel nomade non era uno come gli
altri. I nomadi viaggiavano a dorso d’asino, nel migliore dei casi su vecchie
giumente, con cimici, pulci e cani randagi a fargli compagnia. No, signore,
quel Giuseppe era un vero e proprio mistero.
Con o senza segreti, il fatto è che Cleofà, il fratellino della Vergine, si
affezionò così tanto a quel nomade nato a Betlemme che finì per vivere più
nella tenda del Falegname che a casa sua.
Ma so che ciò che quel ragazzo desiderava più di ogni altra cosa era
realizzare il suo sogno di salire sul cavallo di José e trottare per le colline
sollevando polvere di stelle negli occhi della sua principessa azzurra. Cose da
ragazzi!
Ed è proprio questo che è successo. È successo proprio questo. Tutte le
sorelle di Cleofà si erano sposate. Tranne le sue due sorelle maggiori, Maria e
Giovanna, che erano rimaste vergini dalla morte del padre. È la verità, tutte
le sue sorelle si erano già sposate, avevano messo su famiglia e avevano i
propri figli. Lui, Cleofà, era l’unico tra i figli di
Giacobbe di Nazaret a vivere ancora nella casa di sua madre.
Visto dall’esterno, per chi non lo conosceva, Cleofa era il signorino del
paese, il figlio viziato delle sue sorelle vergini. Mentre tutti i ragazzi si
dedicavano ai lavori nei campi, il signorino Cleofa viveva come un principe
senza sapere cosa fossero la falce e la falcetta. Quindi, se trascorreva la
giornata nella falegnameria di Giuseppe, non era perché avesse bisogno di
guadagnarsi da vivere. Niente affatto. Se aveva deciso di diventare suo
apprendista, non era perché il fratello della Vergine dovesse imparare un
mestiere. Ciò che davvero affliggeva Cleofa era salire di rango agli occhi del
Falegname, guadagnarsi la sua fiducia e ricevere il permesso di fare il grande
salto, salire in groppa a quel cavallo iberico e concedersi il piacere di
vedere il mondo in sella a quella creatura magica.
E così fu. Alla fine Cleofa passò da chierichetto a frate, e già percorreva
il mondo di festa in festa in sella al meraviglioso cavallo del suo capo. Ai
vicini del paese dava fastidio che il Falegname desse così tanta libertà al
ragazzo. Un cavallo del genere non si prestava a questo, e men che meno, per
così dire, a un ragazzino.
La risposta di Guiseppe ai sospetti dei suoi nuovi vicini fu quella di
prestare al suo apprendista, oltre al cavallo, due dei «suoi cuccioli». Ogni
volta che mandava il suo aiutante e apprendista falegname in un villaggio
vicino, José gli dava come compagni di viaggio un paio dei suoi cuccioli, due
cani in via di estinzione che un tempo gli erano stati regalati dai suoi
padrini babilonesi.
Cleofa iniziò portando un incarico al villaggio vicino, a cavallo
naturalmente. E finì per considerare il cavallo del suo padrone come proprio
quando, in occasione di qualche festa locale, una festa della vendemmia, per
esempio, le sue sorelle sposate richiedevano la sua presenza. Fu così che
Cleofas conobbe Maria di Canaan, la futura madre dei suoi figli, i famosi
fratelli di Gesù.
Cleofa e sua moglie si conobbero, si sposarono, si stabilirono nella casa
della Figlia di Giacobbe e ebbero i loro figli.
Diciamolo chiaramente: la «Falegnameria del Nomade» non era una
multinazionale del mobile né aspirava a diventare leader del settore, ma per
Cleofa Giuseppe era il migliore. Innamorato e padre dei suoi bambini, la
bottega del suo capo era tutto ciò che aveva, e Cleofa era disposto a darsi da
fare fino allo sfinimento pur di non vederla fallire. Del resto, il suo capo
era un uomo strano. Non era mai a corto di soldi. Che vendesse o meno, ci
guadagnava sempre. E non lo assillava nemmeno con i suoi problemi. Mai. In
realtà, l’unico problema che Guiseppe aveva era quello di non avere una moglie.
Non si sapeva nemmeno di nessun pretendente. Non per mancanza di donne. No. Era
lui, Guiseppe. Non aveva una moglie perché Dio non gliel’aveva ancora data. E
Guiseppe lo diceva con il mistero di chi ha un segreto inconfessabile.
-Dio provvederà, fratello, Dio provvederà…, rispondeva Guiseppe al ragazzo.
Poco dopo la nascita di suo nipote Giuseppe, il secondo tra i figli di
Cleofa, la Vergine chiuse il lutto per la morte di suo padre.
La Vergine aveva vinto. Aveva fatto un voto e lo aveva mantenuto. Ora era
libera di sposarsi; e sposandosi avrebbe adempiuto al giuramento che suo padre
aveva fatto al Signore e che non era riuscito a mantenere perché la Morte gli
si era traversata sulla strada.
Davanti a testimoni sacri, Giacobbe di Nazaret giurò un tempo, sulla culla
della sua primogenita Maria, legittima erede del re Salomone; giurò sulla
propria vita che avrebbe dato in sposa sua figlia solo al figlio di Eli, figlio
di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, profeta, figlio di Davide, re.
Poco dopo la nascita del secondo figlio di Cleofa, Giuseppe il falegname
chiese alla vedova la mano della Vergine Maria. La vedova accettò la richiesta
e, poco dopo, furono firmati i documenti del contratto di matrimonio tra Maria,
figlia di Giacobbe, figlia di Matán, figlia di Abiud, figlia di Zorobabele,
figlia di Salomone, figlia di Davide, re, e Giuseppe, figlio di Eli, figlio di
Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, figlio di Davide, profeta.
La notizia del matrimonio tra Giuseppe il falegname e Maria la Vergine fece
scalpore a Nazaret.
-La Vergine si sposa.
-Con il falegname? Lo sapevo.
La sposa era una partita eccezionale. Padrona della casa sulla collina,
proprietaria dei migliori terreni della zona, fondatrice della bottega di
sartoria e cucito di Nazaret che vendeva gli abiti da sposa più belli, eleganti
ed economici della regione.
Chi era lo sposo? Un signor Nessuno di Betlemme, un nomade in cerca di
avventure che aveva trovato ciò che cercava. Chi avrebbe mai pensato che
proprio dove tanti ottimi partiti avevano fallito avrebbe trionfato uno
straniero senza una causa!
Quindi, se da parte di madre il nostro Gesù era l’erede di Cleofa di
Gerusalemme, dottore della Legge, suo nonno, e da parte di madre gli
appartenevano anche tutte le proprietà di suo nonno Giacobbe di Nazaret, stiamo
parlando allora di un giovane ricco di nome Gesù di Nazaret. O forse credete
che chi chiese al giovane ricco di lasciare tutto e seguirlo non abbia compiuto
Lui stesso quell’atto di rinuncia e di abbandono di tutti i suoi beni?
Figlio dei suoi genitori, durante il suo mandato il nostro Gesù portò
l’economia della sua famiglia al massimo splendore di agiatezza e prosperità.
Durante i giorni in cui fu a capo della Casa di sua Madre, le cantine si
riempirono di vini eccellenti, i magazzini traboccavano di grano, olio, olive
da tavola, fichi, melograni, latte, carne e pesce che gli venivano portati dal
Mare di Galilea a casa sua, quando il nostro Gesù non andava a prenderlo
personalmente. I vini dei vigneti di Gesù di Nazaret venivano venduti in tutta
la Galilea; pochi ma eccellenti, i migliori. Ti rallegravano e non ti rendevano
mai violento; il giorno dopo ci si svegliava con la mente lucida e il cuore
gioioso. «Vino di Gesù di Nazaret, vino di Bacco», dicevano i romani della guarnigione
di Seforis, a due ore di distanza.
Anche i nonni materni di sua Madre, Isabella e Zaccaria, gli avevano
lasciato in eredità delle proprietà alla periferia di Gerusalemme.
L’erede legittimo di Zaccaria e Isabella era Giovanni, come tutti sanno.
Prima della nascita di Giovanni Battista, poiché non si aspettavano più di
avere un figlio, Isabella e Zaccaria lasciarono in eredità tutto ciò che
possedevano alla madre di Maria. Questo testamento non fu mai revocato a causa
della morte violenta di Zaccaria e della scomparsa di Isabella e Giovanni nelle
grotte del Mar Morto.
Così, nella Gerusalemme del denaro, il giovane di Nazaret era conosciuto
come si conosce un mistero. In realtà, nessuno sapeva chi fosse. L’unica cosa
su cui tutti sembravano concordare era che si trattasse di Gesù di Nazaret,
figlio della signora Maria, un giovane dotato di una prudenza e di una saggezza
superiori a quelle che ci si aspetterebbe da un uomo della sua età. Gestiva il
denaro, ma non era interessato al potere. Era abituato a comandare e a farsi
servire, eppure era ancora celibe. Era colto, parlava le lingue dell’impero;
credete forse che gli abbiano messo a disposizione un interprete per parlare
con Pilato? Sapeva scrivere, aveva un talento per gli affari. Sua Madre era il
punto debole del Giovane Nazareno. Ma a chi non si perdona questo?
MATRIMONIO E NASCITA DEL BAMBINO
Maria e Giuseppe si fidanzarono. La regola generale era che il padre dello
sposo andasse a parlare con i genitori della sposa del desiderio del figlio di
sposarla. Si discuteva della dote e si concludeva l’accordo. Nel caso di
Giuseppe fu lo stesso Giuseppe a parlare con la madre della sposa e a chiederle
la figlia in moglie. La madre della sposa accettò e firmarono il contratto di
matrimonio.
A quei tempi la tradizione imponeva un anno di fidanzamento dalla firma del
contratto fino al giorno delle nozze. Dopo un anno avrebbero potuto sposarsi.
Durante l’anno di fidanzamento, tuttavia, i fidanzati erano vincolati alla
legge sull’adulterio. Era la norma, ma in nessun caso una legge sacra. Mosè non
aveva dato alcun precetto relativo al divieto di sposarsi immediatamente dopo
la firma del contratto matrimoniale. Erano stati gli stessi ebrei a imporsi
quell’anno di attesa.
Non si sa se incolpassero Dio di essere stato troppo indulgente, il fatto è
che, non contenti della montagna di leggi che Egli aveva loro dettato, si
caricarono sulle spalle un’altra montagna di prescrizioni, leggi, tradizioni,
comandi, norme canoniche e chissà quanti altri obblighi. Quindi, non essendo
una vera e propria Legge, nessuno si spaventava se capitava di dover accelerare
le pratiche a causa della debolezza della carne. Il bambino nasceva a sette
mesi. Ma va bene, non è nemmeno il caso di fare uno scandalo. Un matrimonio
come si deve non rimedia forse al peccato? Certo che sì.
Il rovescio della medaglia era che, pur non essendo una legge, la debolezza
della carne poteva costare la vita se il peccato non era stato commesso dallo
sposo. In questo caso, tutto il peso della legge sull’adulterio ricadeva sulla
sposa. Giudicata adultera, pagava la sua debolezza con la pena di morte,
generalmente per lapidazione.
Per molte altre ragioni un contratto matrimoniale poteva essere sciolto.
Non era comune, ma capitava. Incompatibilità di caratteri, per esempio. Si
restituivano i soldi e ognuno se ne andava per la propria strada.
Nel caso più comune, una gravidanza durante l’anno di attesa, non si
arrivava nemmeno alle maniere forti. Sono giovani, ma ben venga il nipotino.
Che colpa ne hanno i ragazzi! Banchetto di nozze, festa in grande stile, chi se
ne importa, il bambino è nato a sette mesi. E allora? Gloria a Dio. Ben è
finito ciò che ben è iniziato, è questo che conta.
Il caso della Vergine era di natura diversa. Un giorno – confessò Lei agli
Apostoli – le apparve l’angelo di Dio e il giorno dopo era già in stato di
grazia. Gli Apostoli lo raccontarono ai loro successori, questi ai propri, e
così la Confessione della Vergine continua a tramandarsi di bocca in bocca.
«Concepire per opera e grazia dello Spirito Santo» si dice molto in fretta.
«Sono incinta per opera e grazia dello Spirito Santo!», dovette confessare
la Vergine a se stessa uno di quei giorni.
Nessuno crederà che la Vergine sia corsa via tutta felice gridando a tutti
la storia dell’Annunciazione. Non è una cosa che accadeva tutti i giorni.
Infatti, in tutta la storia dell’umanità non si era mai verificato un fenomeno
simile. Il caso più simile a un concepimento soprannaturale di natura umana che
ci raccontano i Vangeli lo troviamo nel mondo delle mitologie.
Basti pensare che la stessa madre di Alessandro Magno confessò in giro di
aver avuto suo figlio da uno degli dei del mondo classico a cui lei
apparteneva. Che fosse per rispetto verso sua madre o per orgoglio, suo figlio
mantenne la sua origine semidivina. A quanto mi ricordo, è il caso più simile a
quello che la Vergine ha portato alla ribalta nel corso dei secoli.
Beh, perché no? Il Dio degli ebrei aveva compiuto molte opere straordinarie
dai tempi di Mosè fino a quei giorni. Le Sue Scritture parlavano del
concepimento di un Bambino nato da una Vergine. Come esempio di fantasia
portata al suo massimo livello di immaginazione e genio, il fatto che il Dio
che aveva creato i Cieli e la Terra potesse compiere un'opera di tale natura
era all'altezza della concezione che i figli di Adamo ed Eva si erano fatti
della Sua Natura. Perché mai Qualcuno dotato degli attributi attribuiti al Dio
di Mosè – onnipotenza, onniscienza – non avrebbe potuto mettere in scena un
evento così incredibile?
Ora, Maria, corri a spiegarlo a qualcuno. Corri, cerca tuo marito e digli
che sei la Vergine che avrebbe concepito un Figlio «nato per portare sulle
spalle il mantello della Sovranità, per essere chiamato Principe meraviglioso,
Dio forte, Padre eterno».
Santo cielo, che fortuna!
E ora siediti ad aspettare e confida che tuo marito ti dica «Alleluia,
Amen, Alleluia», che salti di gioia, ti sollevi tra le braccia e ti ricopra di
baci.
Non ne hai ancora abbastanza? Beh, allora vai a raccontarlo alla tua cara
sorella, e pensa che tua sorella Giovanna ti ama più del fiume Giordano, più
del Mare dei Miracoli, più dei Monti di Giuda. Dai, Maria, vai, corri a
dirglielo.
Lo dico perché – a prescindere dall’opinione di tutti – passarono le
settimane e accadde ciò che doveva accadere. La Vergine cominciò ad avere
strani capogiri; le veniva e le andava. Sarà stata l’emozione? Sarà stato il
caldo? No, donna, erano i sintomi tipici delle donne incinte.
Da qualsiasi altra donna al mondo le vicine avrebbero potuto aspettarsi che
un uomo solido come una roccia, come Giuseppe il falegname, avesse conquistato
la fortezza della virtù della fidanzata prima del matrimonio. Da qualsiasi
altra donna, certo che sì, ma dalla Vergine Maria? Alle vicine non passava
nemmeno per la testa.
Che lo capissero o meno, dovettero arrendersi all’evidenza.
«Che il Signore ve lo dia sano, figlioli», con queste parole e altre simili
i vicini si congratularono con lo sposo, un Giuseppe che non capiva a cosa si
riferisse l’allusione. La verità è che non ci arrivava. L’uomo pensava che gli
stessero anticipando le benedizioni.
«Che sia un maschio, e che il Signore ve lo conceda sano, signor Giuseppe»,
continuavano a stuzzicarlo le vicine. Il signor Guiseppeé non capiva.
È la verità: poche settimane dopo l’Annunciazione la sposa iniziò a
mostrare i classici sintomi delle future mamme. Vertigini improvvise, vampate
di calore senza motivo. Trattandosi di qualcosa che non si può controllare, la
Vergine non poté fare a meno di essere colta di sorpresa. Tuttavia, l’ultima
cosa che poteva fare era chiudersi in casa, nascondersi. Doveva andare avanti
con la sua vita; continuare a vivere come al solito era il modo migliore per
non confermare né smentire le voci delle vicine. Almeno finché non si fosse
decisa a raccontare la verità a sua madre.
Anche la madre della Vergine ci mise un po’ a capire la situazione. Fu, a
parte Giuseppe, l’ultima persona a venire a conoscenza della voce che
cominciava a scandalizzare le vicine.
Agli occhi della Vedova, l’immacolata castità di sua figlia continuava a
essere inaccessibile alle passioni umane proprio come lo era prima del
fidanzamento. Fatta eccezione per l’accesso più libero del fidanzato alla casa
della fidanzata, e per il fatto che tale libertà fosse condizionata alla
necessaria presenza di un familiare della fidanzata tra lei e il fidanzato, sua
figlia Maria aveva continuato a vivere la sua vita esattamente come prima,
quella vita che aveva valso alla Vergine di Nazaret la sua fama da un capo
all’altro della Galilea. Come sospettare allora qualcosa di male di sua figlia!
«Che il Signore ti dia il nipotino più bello del mondo», le dicevano le
vicine alla Vedova.
«La tua Maria se lo merita tutto; speriamo che il bambino assomigli al
nonno Giacobbe, che riposi in gloria», e, nel caso in cui la Vedova non se ne
fosse accorta, continuavano a stuzzicarla.
La Vedova era di Gerusalemme, era cresciuta in un altro ambiente. Ma non
era sciocca. Se non si fosse trattato di sua figlia, la Vedova avrebbe
scommesso un occhio del proprio viso che quella Vergine era incinta da tante e
tante settimane. Il problema era che non le entrava in testa l’idea che la sua
Maria potesse essere incinta.
La fede e la fiducia che la Vedova riponeva nella figlia maggiore erano
così grandi da accecarla. Grazie a Dio, alla Vedova cadde la benda dagli occhi
prima che a Giuseppe. Alla fine, la Vedova dovette ammetterlo, anche se sua
figlia non lo confermava né lo negava.
«Che ti succede, figlia mia?», le chiedeva.
«Niente. È il caldo, mamma», le rispondeva la figlia.
Il dilemma della vedova iniziò quando le vicine cominciarono a parlare di
cose gravi, come l’adulterio, per esempio. Non glielo dissero in faccia, ma tra
donne e vicine, si sa, le parole non mancano mai. Così la vedova cominciò a
spaventarsi.
«La mia María è in stato di grazia. Com’è possibile?», finì per confessare
la Vedova.
E la sua adorata figlia non confermò né smentì. Disperata per il silenzio
della figlia, andò a cercare il genero, affinché le rispondesse a questa
semplice domanda: bisognava anticipare la data del matrimonio?
E così fece: la Vedova andò a cercare «suo figlio» Guiseppe. Portare
Guiseppe al nocciolo della questione le sarebbe costato un bel po’. Poiché non
sapeva in quale situazione si trovasse né quale fosse il suo ruolo nella
storia, la Vedova si disse che doveva portare Guiseppe al nocciolo della
questione senza svelargli il nocciolo del problema. Una situazione davvero
strana. Bisognava affrontarlo, il problema era farlo senza allontanarsi dal
tema principale. Astuta come solo lei sapeva essere, senza dirglielo gli
avrebbe spiegato a chiare lettere la situazione: sua moglie era incinta, cosa
avrebbe dovuto dire lui, lo sposo?
Dopo aver girato a lungo intorno all’argomento, la Vedova capì che o José
stava recitando alla perfezione la parte dello stupido – un lato che non
conosceva del suo santo genero – oppure semplicemente José non ne sapeva
proprio nulla e non capiva di cosa gli stesse parlando la suocera.
Guiseppe la guardava con una naturalezza così innocente da ogni colpa che
la Vedova cominciò a non sapere più dove si trovasse. Per un attimo le sembrò
che la terra le si stesse aprendo sotto i piedi e non sapesse cosa fosse
meglio, lottare o lasciarsi inghiottire. Persino l’anima le tremava dal freddo
sotto l’effetto del brivido che le penetrava nelle ossa man mano che il peso
della verità diventava sempre più schiacciante. Suo genero non ne sapeva
assolutamente nulla e lei sapeva solo che doveva uscire da quell’inferno,
doveva parlare con sua figlia e farsi spiegare, per l’amor di Dio, cosa stesse
succedendo.
Cosa stava succedendo?
Era successo qualcosa di incredibile da credere, era accaduto qualcosa di
impossibile da raccontare. Intere generazioni e gli stessi secoli si sarebbero
divisi in due come si divide la corrente di un mare che incontra nel suo letto
una gigantesca pietra angolare. E sua figlia non riusciva a trovare il modo di
rivelarle la storia dell’Annunciazione.
Maria non riusciva a trovare il momento giusto. Beh, un momento vero e
proprio, in un certo senso, le si presentava. Lei e sua madre erano solite
sedersi insieme a cucire. In quei momenti parlavano e parlavano. Parlavano di
tutto. Oppure rimanevano semplicemente in silenzio.
In questo nuovo silenzio che negli ultimi giorni si era instaurato tra
madre e figlia battevano due cuori sul punto di scoppiare in mille pezzi. La
madre voleva chiederlo a sua figlia: «Sei incinta, figlia mia?», e non trovava
il modo. La figlia voleva darle un «Sì, mamma mia», un Sì meraviglioso, Divino,
e non trovava il momento giusto.
Il fatto è che il Bambino stava crescendo nel suo grembo, che i segni della
sua gravidanza diventavano ogni giorno più evidenti, che se Giuseppe lo avesse
saputo dalla bocca dei vicini… Non voleva nemmeno pensarci.
Aveva bisogno di rivelare la verità a sua madre. Sua madre era l’unica
persona al mondo a cui poteva affidare un Mistero così grande. Doveva farlo, ma
poiché non riusciva a trovare il modo, il momento giusto non arrivava mai.
E così accadde che, uno di quei giorni, madre e figlia si sedettero una di
fronte all’altra. Entrambe sapevano che era giunto il momento, che quello era
il momento giusto. La prima a parlare fu la Vergine.
«Mamma, credi che Dio possa tutto?», esclamò con tutta la sua tenerezza.
«Figlia mia», sospirò la Vedova, che voleva solo andare dritta al punto:
“Sei incinta, figlia mia?”, ma non riusciva a dirlo.
«Lo so già, madre. Mi dirai: Dio è il nostro Signore, come potremmo noi
misurare la forza del suo Braccio? E io sono, madre mia, la prima a ripetere le
tue parole. Ma quello che voglio dire è: il suo Potere finisce dove iniziano i
limiti della nostra immaginazione o è proprio dall’altra parte che inizia la
sua Gloria?».
«Cosa vuoi dirmi, figlia mia, non ti capisco», intrappolata in una
direzione diversa da quella che moriva dalla voglia di intraprendere, la madre
della Vergine articolò le parole come meglio poté.
«Neanch’io so bene come arrivare dove voglio né cosa intendo dire. Abbia
pazienza con me, madre. Da qui andremo in Paradiso e da lassù le cose della
Terra non ci toccheranno più; quindi ciò che ci resta da fare è cercare di
scoprire la natura del Dio che ci ha chiamati a sognare il Paradiso mentre
siamo ancora qui sulla Terra. Non è forse vero che Dio può trasformare le
pietre in figli di Abramo? Ma quello che mi chiedo è se, parlando in questo
modo, il profeta abbia voluto farci capire che abbiamo la testa dura come una
pietra. Può una pietra conoscere Dio? Tra un uomo che non vuole conoscere Dio e
una pietra, qual è la differenza?».
«Dove vuoi portarmi, figlia mia?», la Vedova, come poté, trattenne la sua
impazienza.
«Verso un fatto meraviglioso, madre. Ma poiché non conosco la strada, non
si arrabbi con me se esploro da sola, come quegli alpinisti che affrontano per
la prima volta la parete vergine. L’unica cosa che mi può capitare è di cadere
ai piedi della sua gonna, trafitta dalla mia ignoranza».
«Non dire così, figlia mia. Non sei sola, anche se sono anziana ti seguirò.
Sì, Maria, so che la gloria di Dio inizia dove finisce l’immaginazione
dell’uomo. Continua».
La Vergine prese allora una direzione apparentemente ancora più opposta,
dicendo:
«Madre, cosa le ha detto il messaggero riguardo a mio nonno Zaccaria?
Perché non ha voluto ancora raccontarmelo? Perché non mi ha mandata a casa di
mia nonna Isabella? Ora che può, mi risponda: il nostro Dio può o non può far
sì che degli anziani diano alla luce un figlio?».
La Vedova e Giuseppe non avevano ancora voluto rivelare a Maria la natura
del messaggio che Zaccaria ed Isabella avevano loro inviato poco prima;
infatti, la Vedova aveva deciso di mandare loro Maria. La questione dello stato
di grazia in cui si era improvvisamente trovata sua figlia le cancellò dalla
mente ogni altra cosa.
Infatti, il messaggero che Zaccaria ed Isabella avevano inviato a Nazaret
descrisse alla Vedova e a suo genero, dettaglio per dettaglio, ciò che era
accaduto a Zaccaria nel Tempio. Soprattutto l’immagine del bellissimo angelo
che aveva punito la mancanza di fede di Zaccaria privandolo della parola.
Signore! Sua figlia Maria gli stava descrivendo quell’angelo come se lei
stessa lo avesse visto con i propri occhi. Com’era possibile?
In linea di principio, era impossibile. Il messaggero di Isabella e
Zaccaria non aveva parlato con Lei mentre era a Nazareth. Certo, avrebbe potuto
raccontarglielo Giuseppe.
Glielo aveva raccontato Giuseppe? Giuseppe le aveva dato la sua parola che
non sarebbe stato lui a dare la notizia a sua figlia. La parola di Giuseppe, la
vedova lo sapeva, era legge pura e limpida come l’oro zecchino. Non la
infrangeva mai. No, nemmeno Giuseppe le aveva ancora detto nulla.
Si stava chiedendo come sua figlia l’avesse saputo, quando il suo cuore
tornò al ricordo del giorno in cui sua figlia aveva fatto il Voto di Verginità.
Lì, in quei giorni, la Vedova si chiese perché il favore del Signore sulla
sua casa si fosse estinto, perché avesse voltato loro le spalle come chi
abbandona il bottino al nemico. Nel segreto del suo cuore la Vedova rimase
intrappolata nelle reti del dilemma di Giobbe. Ma a differenza del santo, non
trovò subito la risposta. Né la trovò negli anni trascorsi dalla morte di suo
marito fino a quel giorno.
Era giunto il momento di conoscere il motivo per cui il Signore le aveva
portato via suo marito proprio allora. Meravigliata, assorta, fuori dal mondo,
con il suo essere che fluttuava sulle stesse onde che un giorno si sarebbero
trasformate in colline sotto i piedi dello Spirito di Dio, la Vedova continuò a
guardare sua figlia con gli occhi fissi sulle sue parole.
Allora la Vergine cambiò nuovamente argomento.
«Madre», le disse, «Dio non ha forse giurato che un figlio di Eva avrebbe
schiacciato la testa al Serpente?».
«È vero», le rispose la Vedova con la voce persa da qualche parte
nell’infinito in cui il suo sguardo era rimasto intrappolato.
«E i nostri libri sacri non dicono forse anche che, tra tutti gli uomini
che sono esistiti sulla faccia della terra, non ne è mai nato uno grande quanto
Adamo?», proseguì Lei.
«Così mi ha insegnato mio padre e così ti ha insegnato il tuo. Ti ascolto,
figlia mia».
Maria proseguì:
«Quando Dio ci promise la Nascita di un Figlio destinato a portare sulle
spalle la Sovranità, non pensava forse al Campione che avrebbe suscitato tra
noi per liberarci dal dominio delle Tenebre?».
«Certo che ci pensava».
«Ma se il Maligno ha sconfitto una volta l’uomo più grande che il mondo
abbia mai conosciuto, non ha forse ragione il santo Giobbe nel presentarci
l’assassino di nostro padre Adamo davanti al Trono dell’Onnipotente, tutto
tranquillo mentre aspettava il prossimo?».
«Certo che aveva ragione».
«Certo che sì. Chi ha sconfitto l’uomo più grande del mondo, perché non
avrebbe dovuto sconfiggere suo figlio?».
La Vergine abbassò lo sguardo e respirò profondamente mentre infilava ago e
filo. Sua madre rimase a guardarla senza dire una parola. Poco dopo, Lei tornò
sul campo di battaglia.
«Allora, madre, mi dica: Dio ha forse giurato il falso? Voglio dire, a chi
stava pensando il Signore quando fece quel giuramento benedetto? Davide non era
ancora nato; nemmeno il nostro padre Abramo. Con il suo figlioletto morto,
nostro padre Adamo ai suoi piedi onnipotenti che si dissanguava, a quale
Campione stava pensando il nostro Dio quando ci promise con giuramento eterno
che un figlio di quella Eva avrebbe schiacciato la testa del Maligno?”.
Questa volta fu Lei a fissare intensamente sua madre. Quest’ultima,
guardando il volto della figlia, capì solo una cosa: che sua figlia era
incinta. La dolcezza sul volto, la tenerezza nelle parole, lo splendore negli
occhi. Le bastava dirle: «Mamma, sono in stato di grazia»; e invece di andare
al sodo, senza nemmeno rendersi conto di come sua figlia l’avesse condotta in
cima a una montagna da cui si vedeva il futuro del mondo secondo la donna nata
per essere la Madre del Messia, quel figlio della Promessa che doveva nascere
per schiacciare la testa del Maligno.
«A chi stava pensando Dio il giorno in cui, sul sangue di suo figlio Adamo,
giurò la Nascita del Campione per mano del quale avrebbe ottenuto Vendetta?»,
ripeté la Vedova. «Figlia mia, non sarò io a porre limiti alla gloria del mio
Creatore. Voglio solo che me lo dica tu».
«Ricordi, madre, ciò che scrisse il profeta?: Una Vergine darà alla luce un
Figlio che sarà chiamato Dio con noi».
Maria abbassò di nuovo lo sguardo. Poi alzò la testa e guardò sua madre
dritto negli occhi.
«Madre, quella Vergine la hai davanti a te. Quel Bambino è nel mio grembo»,
le confessò Lei.
Mentre sua figlia le raccontava l’episodio dell’Annunciazione, la Vedova
rimase a guardarla con lo sguardo di chi sta contemplando il Cuore di Dio nel
giorno dell’omicidio di suo figlio Adamo.
Al termine, ispirata dall’amore immenso che nutriva per sua figlia, la
Vedova si lasciò andare a una profusione di benedizioni:
«Sia benedetto Dio, che ha scelto la figlia di mio marito per portare la
sua salvezza a tutte le famiglie della terra. La sua Onniscienza risplende come
un sole inaccessibile che, tuttavia, tutti credono di poter raggiungere con la
punta delle dita. Stringe, ma non soffoca; colpisce, ma non affonda coloro che
ama. Sia benedetta la Sua Prescelta, colei che Egli ha formato fin dal grembo
dei suoi genitori per consegnare il Suo Salvatore a tutti i popoli della
terra». E subito dopo disse così a sua figlia: «Benedette saranno tutte le
famiglie della terra nella tua innocenza, figlia mia. Ma ora, Maria, farai ciò
che ti dirò. Farai questo, questo e questo».
Il problema successivo era Giuseppe. Di Giuseppe se ne sarebbe occupata
lei, la Vedova. Ciò che la Madre del Messia doveva fare era partire
immediatamente e rimanere nella casa di Isabella e Zaccaria finché il Signore
non lo avesse disposto.
E così fu. La Vedova prese da parte suo genero e gli raccontò punto per
punto tutta la verità. Non gli raccontò l’Annunciazione come chi deve
nascondere qualcosa e abbassa lo sguardo per la vergogna. Niente affatto.
Ovviamente lo fece con l’umiltà e la certezza di chi sa che l’Evento avrebbe
causato a Giuseppe un dilemma angosciante, sul quale avrebbe dovuto trionfare,
e avrebbe trionfato, ma per il quale avrebbe inevitabilmente dovuto
attraversare un vero e proprio inferno.
E ne uscì vincitore.
Tuttavia, come potrete immaginare, dopo l’Annunciazione Giuseppe trascorse
un periodo piuttosto abbattuto. Cosa era andato storto all’ultimo momento? Come
aveva potuto una donna della levatura morale e della forza d’animo di Maria
lasciarsi ingannare da…?
Da chi? Senza che nessuno lo volesse, Lei era sotto sorveglianza tutto il
giorno. Quando non era con sua madre era con i suoi nipoti, quando non era in
bottega con le sue operaie era con la famiglia dei fratelli di suo padre. Il
Signore aveva intessuto attorno a Lei una rete di relazioni così totalizzanti
che la sola idea dell’adulterio era un’offesa.
E poi c’era Lei, Maria. Lei era, in carne e ossa, la migliore difesa che
Dio avesse cercato per la Madre di Suo Figlio.
-Lo disse e noi non ci credemmo: «Una Vergine concepirà e darà alla luce un
Bambino»; dicendo questo, Giuseppe vide la luce e se ne andò di corsa. Tornò da
sua moglie, si celebrò il matrimonio e tutti si dimenticarono dell’incidente.
Un ricordo, tuttavia, rimase. Mi riferisco a quell’altro episodio tra Gesù
e i farisei.
I farisei e i sadducei si stancarono di sentire dire che Gesù di Nazaret
era il Figlio di Davide. Non sapendo da dove attaccarlo, indagarono sul suo
passato. Mettevano il dito nella piaga e scoprirono quello strano episodio
della scomparsa di sua Madre durante i primi mesi di gravidanza, e di come
Giuseppe fosse andato di persona a cercarla… per…
-Ahhhh, ecco il suo tallone d’Achille.
Con quest’arma segreta nascosta nella manica, i farisei portarono Gesù sul
tema della primogenitura e dell’unicità. Allora uno qualsiasi tirò fuori il
manuale dei colpi bassi e sferrò la bomba.
-Il nostro padre è Abramo, chi è il tuo?
A Gesù salì alla testa il zelo che lo consumava per sua Madre.
-Siete figli del Diavolo – rispose loro con la forza di un uragano
compresso in gola.
Solo un’altra volta, solo in un’altra occasione di cui non avrebbero voluto
ricordare, avrebbero visto il figlio della Vergine con i raggi che gli uscivano
dagli occhi. E ormai non si fermava più, non si fermava finché non avesse
sfogato la sua ira fino all’ultimo atomo di rabbia.
D’ora in poi, tra Lui e loro, la partita si sarebbe giocata a testa o
croce. Testa, Lui li avrebbe portati via davanti a sé. Croce, si sarebbero
presi la loro parte.
IL BAMBINO GESÙ AD ALESSANDRIA DEL NILO
Poco dopo questi fatti, Giuseppe il falegname e suo cognato Cleofa presero
le loro famiglie, acquistarono i biglietti e si imbarcarono per Alessandria del
Nilo.
Su questa vicenda della Fuga è sempre aleggiato il mistero. Dal punto di
vista documentale, la verità è che da nessuna parte esistono indizi che
Alessandria del Nilo sia stata il luogo scelto da Giuseppe per salvare il
figlio di Maria dalla persecuzione contro di Lui decretata da Erode. Pertanto,
se mi si mette alle strette, l’autore di questa Storia potrebbe essere accusato
di inventarsi la destinazione dei fuggitivi per soddisfare esigenze letterarie.
Il che mi sembra logico fino a un certo punto. Io stesso non posso dimenticare
che l’iconografia classica al riguardo è piuttosto scarsa, persino prudente
direi; e oserei persino confessare che si tratta di una prudenza che rasenta la
codardia.
La scelta di Alessandria del Nilo non fu casuale da parte di Giuseppe; né
lo è da parte di chi in queste pagine ne ricostruisce le vicende.
Fortunatamente o sfortunatamente, l’unica prova che posso fornire è la
testimonianza di Dio al riguardo. Il «sfortunatamente» è un modo di dire,
ovviamente. Per chi conosce Dio, una sola sua parola vale più di tutti i
discorsi di tutti i saggi dell’universo messi insieme in una gara di
disertazioni interminabili. Sfortunatamente, la parola di Dio non vale per
tutti.
Il fatto è che l’unica prova reale che la Storia ci offre in merito è la
testimonianza di Dio: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Prima di me sono stati in molti a mettere le mani sul fuoco in difesa della
risposta affermativa che la questione merita. Dalle distanze apocrife di chi
non crede, tuttavia, sono due le obiezioni insuperabili contro le cui mura a
prova di bomba si infrange la nostra retorica. Una è che quella frase
«Dall’Egitto ho chiamato mio Figlio» fu scritta molto prima che alcuno degli
avvenimenti che narriamo avesse ancora avuto luogo, per cui fermarsi a credere
che secoli e secoli prima della Nascita la Fuga fosse già stata predisposta per
entrare nel programma messianico, a dire il vero, è davvero chiedere troppo.
L’altra obiezione è che quella nota profetica non fu scritta «a futuriori» ma a posteriori. Secondo questi geni, non
sarebbe la prima volta che gli ebrei falsificano i propri testi sacri. Non lo
facevano forse da secoli? Ninive cadeva e loro venivano a scrivere sulle sue
rovine che l’avevano già predetto. E come Ninive, tutte le altre cose. Anche il
profeta Daniele vide l’ascesa al potere di Ciro il Grande. E persino la caduta
del suo impero sotto gli zoccoli del cavallo di Alessandro Magno. Per l’amor di
Dio, chi volevano ingannare? Esiste forse una nazione più stolta di quella che
inganna se stessa?
Insomma, questa tesi secondo cui i testi profetici sarebbero stati redatti
a posteriori si è guadagnata molti seguaci nei suoi giorni di gloria.
Tralasciando la loro astuzia, com’è naturale per chi è stato immunizzato contro
l’astuzia dei geni, noi altri, che continuiamo a sostenere il valore divino dei
testi profetici, continuiamo a sostenere che tali modi di pensare sarebbero
logici in un pensatore antico, perché pretendere di adeguare il pensiero del
Creatore a quello della creatura – che è ciò che si fa negando l’onniscienza
divina come fonte delle Scritture – significa negare ciò che separa la creatura
dal suo Creatore.
A livello di gioco è vero che alcuni uomini vedono il futuro. Nelle stelle,
nei dadi, nei fondi di caffè e, soprattutto, in una pallottola con un nome
scritto sopra. A livello di realtà, la natura umana è ben lontana dal potersi
attribuire un simile attributo.
Questo da un punto di vista.
D’altra parte, non è forse vero che la storia la scrivono i vincitori?
Ebbene, se fosse così, qualcosa deve non funzionare nel sistema quando la
vediamo scritta da un popolo di perdenti. Persero contro gli egiziani. O c’è
ancora qualcuno che crede che si passi dalla libertà alla schiavitù senza
combattere una battaglia terribile? Combatterono contro gli Assiri e persero la
guerra. Furono nuovamente schiacciati dai Caldei di Nabucodonosor. Persero
contro Roma. Furono nuovamente ridotti in schiavitù dagli arabi. Curioso, molto
curioso che la memoria storica di mezzo pianeta si basi sulle gesta belliche
del popolo perdente per eccellenza, quello ebraico!
Direi che la Storia si scrive da sola al ritmo con cui Dio usa la mano
dell’uomo come penna. Egli intinge la penna nel nostro sangue e scrive il
nostro futuro secondo la sua chiaroveggenza, onniscienza, prescienza e genio
creativo. In altre parole, noi non vediamo il futuro, mentre Dio non solo lo
vede, ma lo scrive. Ora, se questa capacità divina di creare il Futuro non
viene ammessa, allora dovremo affidarci alla natura degli eventi stessi, oppure
correre il rischio di chiudere questa Storia e aprire un libro completamente
diverso.
Così, l’addio fu molto breve. Il Lupo del Diavolo aveva fiutato il Bambino.
Al sicuro in Egitto, Giuseppe il falegname aprì la sua bottega lontano dal
quartiere ebraico, nella Città Libera. Con il passare degli anni, la sua
bottega venne chiamata «La falegnameria dell’ebreo».
Su questo punto specifico – l’evento della Strage degli Innocenti – dico la
stessa cosa. Se il dubbio si basa sull’impossibilità dell’esistenza di qualcuno
capace di commettere un crimine del genere, allora possiamo già prendere quel
dubbio e gettarlo nella spazzatura. Se invece il dubbio risiede nell’ignoranza
dei popoli e delle loro genti, considerando le circostanze sociali e politiche
vissute dal regno di Israele in quel periodo, in questo caso non c’è nulla da
aggiungere a quanto scritto, se non forse dire che non si spiega come, se la
felicità risiedesse nell’ignoranza e ci fossero così tanti ignoranti al mondo,
il mondo possa continuare a essere così brillantemente infelice.
Ma torniamo al punto.
È stata una decisione facile per Guiseppe dover rifare le valigie ed
emigrare in Egitto?
Forse non è stata una decisione facile, ma sicuramente coraggiosa.
Il racconto dell’Adorazione dei Magi ci apre la mente al passato e ci
dipinge la Sacra Famiglia in fuga verso la seconda città più grande del mondo,
Alessandria d’Egitto, una città aperta e cosmopolita dove Giuseppe e la sua
famiglia arrivarono con una certa sicurezza economica. Oro, incenso e mirra
furono i doni che i Magi gli offrirono.
Perché Alessandria del Nilo e non Roma?
Beh, Alessandria era a due passi dalle coste di Israele. Compiuta la Strage
degli Innocenti, consumato l’omicidio di Zaccaria, padre del Battista, l’ultima
cosa che Giuseppe potesse permettersi era mettere in pericolo la vita del
Bambino. Infatti, tra la Nascita e la sua presentazione al Tempio erano
trascorsi diversi giorni; era ora o mai più. Tornare a Nazaret, fare i bagagli,
prendere la nave ad Haifa e addio alla patria.
Questa decisione di Giuseppe, imposta dalle circostanze sanguinose, cambiò
l’uomo in modo radicale. Tra i Santi Innocenti, i figli dei suoi fratelli
caddero nella trappola. L’uomo che dal ponte della nave che portava la Sacra
Famiglia ad Alessandria guardava l’orizzonte, da solo, voltando le spalle a
tutti, portava nascosto nel petto quel segreto, che non avrebbe rivelato alla
sua gente fino alla morte. Quando sbarcò sulla costa egiziana, il Giuseppe di
prima della Strage e dell’assassinio di Zaccaria era affondato nelle acque del
Mediterraneo.
I suoi compatrioti?
Più erano lontani da lui, meglio era. Non rivelò a nessuno il motivo di
questo cambiamento radicale, né a sua moglie, né a suo cognato.
Ed eccoci ad Alessandria del Nilo.
L’ambiente in cui Gesù crebbe, grazie al comportamento insolito di suo
padre nei confronti dei suoi, fu straordinario. Giuseppe, suo padre, si rifiutò
di stabilirsi nel quartiere ebraico; preferì cercare un posto tra i gentili,
nel cuore della Città Libera. Acquistò una casa e aprì la sua bottega. Col
tempo la sua bottega sarebbe diventata nota come la Falegnameria dell’Ebreo.
Gli zii del Bambino, Cleofa e Maria, moglie di Cleofa, continuarono a
mettere al mondo figli.
Astuto com’era, non appena Gesù raggiunse l’altezza di suo cugino Giacomo,
sebbene Giacomo fosse più grande di lui di due anni, Gesù lo prendeva e lo
portava al porto romano. Il Bambino non si faceva intimidire da nessuno; la sua
sete di notizie sull’Impero non si esauriva mai. La sua abilità nel carpire dai
marinai notizie su Roma, Atene, la Hispania, le
Gallie, l’India e l’Africa profonda suscitava simpatia nei lupi di mare. Li
guardavano, quei due Ragazzi, da capo a piedi, li vedevano vestiti con abiti da
figli dell’alta società e via, raccontavano a Gesù e a suo cugino Giacomo come
andava il mondo.
Grazie a questa sua predisposizione, all’età di dodici anni il Bambino
parlava perfettamente il latino, il greco, l’egiziano, l’ebraico e l’aramaico.
Insisto: o forse credete che gli abbiano cercato un interprete per l’udienza
con Pilato?
Come ho detto, Gesù fu un vero e proprio bambino prodigio. Un bambino
prodigio che ebbe la grande fortuna di avere come padre un uomo straordinario.
Tuttavia, anche i fenomeni provano sentimenti, soffrono, hanno momenti di
debolezza, si rattristano, piangono per la solitudine che li opprime.
LA COLOMBA MUTA DELLE LONTANANZE
Gesù si chiuse in se stesso. Quel Bambino divino che metteva sottosopra la
marmaglia di tutta la strada, se ne andava, si perdeva tra le barche del porto
e tornava di corsa a sedersi, al calar della sera, sulle ginocchia di suo padre
in mezzo agli amici; quel Bambino travolgente si chiuse in se stesso. Gesù
smise di uscire di casa. Cominciò a sedersi sulla soglia della falegnameria
dell’ebreo a guardare la vita che scorreva. Il Bambino, quasi , non mangiava.
Gesù si lasciava cadere sulle ginocchia di sua madre tra le amiche, quando al
calar della sera le donne erano solite sedersi in strada, sotto il cielo
mediterraneo, a cucire, a chiacchierare, e poi se ne andava.
Era come se quella fiamma del rovo si stesse consumando tra le braccia di
Maria. All’inizio Lei non si rese conto della solitudine che nel petto del suo
Bambino aveva aperto un buco nero e che da lì lo inghiottiva un po’ di più ogni
giorno. A poco a poco la Madre aprì gli occhi e cominciò a vedere ciò che c’era
nel Cuore del suo Bambino.
Non riusciva a sopportare quell’agonia indescrivibile che le stava
strappando il Bambino dalle mani. Lo amava più del mondo, più del tempo, più
delle onde del mare, più delle stelle, più dell’amore, più della sua stessa
vita. E lui se ne andava. Era notte dopo notte e ogni notte un po’ di più. Il
Bambino non parlava, non rideva, si lasciava cadere sul petto della Madre, lo
sguardo perso nel cielo di quell’Alessandria sul Nilo, e lì sprofondava.
- Che cosa ti succede, figlio mio? — gli chiedeva Lei.
- Niente, Maria, le rispondeva Lui.
«Io so cosa ti succede, Gesù».
- Non è niente, Maria, davvero.
-Tesoro mio, ti manca tuo Padre. Non piangere, amore mio. Lui è qui,
proprio ora: quando poso le mie labbra sulle tue guance, Lui ti bacia; quando
ti abbraccio, Lui ti stringe forte.
Per il Bambino quella donna che lo ascoltava con il sorriso più dolce
dell’universo sul volto mentre Lui le parlava del Paradiso di suo Padre, della
Città di suo Padre, dei suoi fratelli, i superangeli Gabriele, Michele e Raffaele, quella donna… quella donna era sua Madre. La
amava più di ogni altra cosa al mondo. Era l’unica persona a cui poteva
raccontare ogni cosa. Adorava sentire il battito del suo cuore quando le
parlava del suo Regno. E quello sguardo luminoso che le illuminò il volto
quando le rivelò tutta la verità! Non gli si cancellò mai dalla memoria.
-Sì, Maria -le disse il Bambino-. Io sono Lui.
-Raccontami ancora com’è il Cielo, figlio mio – gli chiedeva di nuovo.
-Il Cielo – le confessò il Bambino – è come un’isola che si è trasformata
in un continente, e che continua a crescere al di là dell’orizzonte. La Roccia
su cui poggia è la montagna più alta che un uomo possa immaginare. Il Monte di
Dio, Sion, eleva la sua vetta fino alle nuvole, ma dove dovrebbero esserci le
nuvole ci sono dodici mura, ciascuna costituita da un unico blocco, ogni blocco
di un colore diverso, ogni muro che risplende come se avesse un sole al suo
interno. E sono come dodici soli che illuminano lo stesso firmamento. Le dodici
mura sono un’unica cinta muraria che circonda la Città che racchiudono. Dio
chiamò la sua Città Gerusalemme e il suo Monte Sion. A Gerusalemme gli dei
hanno la loro Dimora, e tra gli dei mio Padre ha la sua Casa. Dalle mura della
città di Dio i confini del Cielo si perdono nell’orizzonte che confina con
l’alba al di là dei confini del Paradiso.
- È da lì che sei venuto, figlio mio?
- Te lo racconto, Maria.
LA FALEGNAMERIA DELL HEBREO
Il Bambino raccontò molte cose a Maria. Gliene raccontò così tante che a
quella povera donna immigrata non rimase più spazio nella mente e dovette
cominciare a custodirle nel suo Cuore. Se ve le raccontassi tutte, sicuramente
resterei seduto qui fino all’anno prossimo, e non è il caso.
Quello che posso raccontarvi è ciò che già sapete. Sapete che la Sacra
Famiglia tornò in patria dopo una decina d’anni o anche prima. Ma non sapete
cosa sia successo perché il buon Giuseppe e suo cognato Cleofa decidessero di
vendere la falegnameria dell’ebreo, un’attività davvero fiorente, con il vento
in poppa e a tutta vela, che non solca il mare, ma vola, eccetera.
La Falegnameria dell’Ebreo si trovava in pieno centro città. A quei tempi
c’era una sola vera città in tutto il mondo. Era Alessandria del Nilo. Roma era
la più grande caserma militare del mondo. A Roma vivevano i senatori imperiali.
Ma era ad Alessandria del Nilo che si trovavano tutti i saggi dell’Impero.
Possiamo dire che Alessandria fosse la New York di quei tempi. A Washington c’è
il potere, ma a New York ci sono i soldi. Un rapporto di questa natura era
quello che Alessandria intratteneva con Roma.
Perché mai dovevano tornare proprio adesso? E proprio in quel momento in
cui gli affari andavano a gonfie vele, il mare non si naviga ma si vola, ecc.?
Tornare per cosa? Per sopravvivere come una mosca nella tana del ragno? C’era
su cosa riflettere. Un’attività con meno di dieci anni di vita è come un
ragazzino a cui sta cominciando a spuntare il baffetto. È dal suo punto di
vista che si trovano meno difetti nel mondo. Il mondo potrà anche andare male
quanto vuoi, ma lui, il ragazzino, è un vero campione. Insomma, non era una
sciocchezza. A Guiseppe e a suo cognato era costato non poco andare avanti,
farsi strada, trovare un posto, e un posto grande tra i gentili, perché
Guiseppe non voleva sapere nulla o quasi nulla dei suoi compatrioti. In questo
capitolo il signor Guiseppe era un ebreo molto strano. Non voleva sapere molto
dei suoi compatrioti, né gli piaceva averli troppo vicini. Nessuno sapeva
perché, e nemmeno lui ne parlava molto. Forse perché il signor Guiseppe parlava
latino e greco fin da giovanissimo e sembrava trovarsi tra i gentili come un
pesce nell’acqua.
Va detto che a Giuseppe la padronanza delle due lingue dell’Impero aprì la
strada nel mondo degli affari. A differenza dei suoi compatrioti, razzisti con
tutti, che si credevano una razza superiore, eletta, e guardavano dall’alto in
basso il resto del genere umano, il signor Giuseppe era aperto, intelligente,
di poche parole, ma ogni sua parola era quella di un uomo maturo e di tutto
rispetto che non veniva meno alla parola data per nulla al mondo.
Come un falegname ebanista di provincia, fuggito da un paesino sperduto tra
le montagne, fosse riuscito a padroneggiare a tal punto le due lingue
internazionali dell’epoca, beh, era davvero un altro mistero!
Un altro dei tanti aspetti che rendevano il proprietario della
«Falegnameria dell’Ebreo» una creatura sui generis, introversa, indefinibile. I
suoi compatrioti di Alessandria criticavano il signor Guiseppe proprio per la
sua distanza dalla compagnia dei suoi simili.
A differenza di José, Cleofa, il fratello di Maria, era molto legato alla
sua terra e propendeva per i suoi. Il che compensava la bilancia e manteneva in
equilibrio i rapporti della Casa con i nazionalisti. Qualche volta, tra cognati
e soci, Cleofa gli aveva sollevato la questione del suo distacco e delle cause
di quella posizione così irremovibile. Ma Giuseppe trovava sempre il modo di
eludere l’argomento.
Giuseppe non imponeva nulla al cognato Cleofa; questi era libero di educare
i propri figli secondo il proprio cuore; non avrebbe certo proibito ai suoi
figli di andare alla sinagoga e partecipare alla vita della comunità ebraica,
adempiendo ai loro doveri di buoni figli di Abramo. Solo che la stessa libertà
che Giuseppe gli offriva, la voleva anche per sé.
Di fronte a questo modo di ragionare, Cleofa rideva e lasciava cadere
l’argomento. Perché se avesse chiesto a sua sorella Maria del comportamento
così strano di suo marito, nemmeno lei sarebbe andata oltre.
Lo stesso enigma che questo modo di essere di Giuseppe causava a Cleofa
aveva lasciato Maria perplessa sin da quando avevano lasciato la patria. E
Cleofa non doveva credere che lei gli nascondesse qualcosa. Giuseppe era buono
come il pane, ma quando si trattava di aprire il proprio cuore, non diceva una
parola nemmeno alla propria moglie.
Insomma, Cleofa e sua moglie avevano già messo al mondo una vera e propria
schiera di figli a questo punto della storia. Giuseppe e Maria, invece, si
erano fermati al primo e all’ultimo, primogenito e figlio unico in una sola
persona.
«Che succede, fratello?» volle sapere Cleofa. «Perché questa fretta di
vendere una barca che va a gonfie vele?»
Giuseppe non volle dire a suo cognato tutta la verità, o almeno la verità
per come la viveva lui.
IL RITORNO A NAZARET
Il Bambino superò quella tristezza che stava per farlo sprofondare nelle
tenebre di un dolore infinito. Sua Madre si frappose tra il Bambino e quelle
tenebre sconosciute, chiamò in aiuto suo Marito e insieme scacciarono il
diavolo all’inferno. Ma non si erano ancora dimenticati di quella battaglia
quando il Bambino aprì un nuovo capitolo nelle loro vite. Gesù aveva ormai nove
o dieci anni. Al Bambino era venuta in mente l’idea di lasciare l’Egitto e di
farsi portare in Israele.
Capirete che Giuseppe si arrabbiò moltissimo. Sua moglie era dalla parte
del Bambino. Logico. Per Maria non c’era alcun problema. Ma per Giuseppe le
cose non erano così semplici.
Naturalmente Giuseppe aveva ascoltato la Storia Divina dalle labbra di Gesù
tra le braccia di sua Madre. E proprio per questo ora meno che mai poteva
permettersi di prendere una decisione sbagliata. Finché non sapeva chi avesse
in casa, il problema gli sembrava sotto controllo; ma ora che conosceva
l’identità del Figlio di Maria, ora meno che mai poteva permettersi
l’indecisione che aveva avuto quando aveva riso un po’ del consiglio dei Magi.
«Vattene, Giuseppe, altrimenti gli Erode lo uccideranno», lo supplicarono.
Tornare in Israele mentre Erode il Piccolo è ancora in vita?
«Di a tuo Figlio che non è ancora giunto il momento», rispose Giuseppe alla
moglie.
Parole che il vento si portò via.
«Di a tuo marito che devo occuparmi delle cose di mio Padre», insistette il
Bambino.
Una risposta che il vento portò via.
«Maria, per Dio, è solo un bambino. Da qui non si muove nessuno. Almeno
finché non muore quel figlio di Satana».
Punto e basta. Il signor Giuseppe era così. Poche parole, ma quando le
pronunciava non c’era nessuno al mondo che riuscisse a fargli cambiare idea.
E così avrebbero potuto continuare per tutta la vita se il Bambino non
avesse messo in atto il suo piano. Non mi perderò nei dettagli, ma la verità è
che il figlio del falegname aprì la bottiglia della sua prodigiosa intelligenza
e si divertì come un ragazzino a inondare di champagne della sua gloria il
rabbino della sua sinagoga.
- La lista dei re? Quella di prima del Diluvio o quella di dopo il Diluvio,
signor rabbino?
Un mostro. Sapeva tutto. Il rabbino, completamente sbalordito, finì per
interessarsi profondamente al Bambino.
- E tu di chi sei figlio, ragazzo?
- Sono figlio di Davide, signor rabbino.
- Tuo padre è figlio di Davide?
- E anche mia madre, signor rabbino.
- E anche tua madre? Che cosa curiosa!
- E anche mio cugino qui presente, signor rabbino.
«Tu sì che sei proprio un rabbino», pensò tra sé l’uomo.
Così, un bel giorno, il rabbino entrò nella falegnameria dell’ebreo
chiedendo spiegazioni a Giuseppe. Come se avesse diritto a qualcosa solo perché
era un servo dei servi di Dio.
Giuseppe lo squadrò dalla testa ai piedi e lo cacciò via. E proprio davanti
al Bambino stesso. Perché, ovviamente, tutto quel trambusto era opera del
Bambino.
Capirete che, dopo lo spavento che si era preso al momento della Nascita, a
Giuseppe fosse proibito in casa anche il minimo accenno alle origini davidiche
della sua Famiglia. E se ne presentava l’occasione, le sue origini davidiche
dovevano sfuggirgli come a chi non è disposto a metterci la mano nel fuoco.
Certo che lo erano; ma chi lo sa; i loro genitori avevano detto loro che lo
erano e loro non avrebbero certo contestato l’autorità dei propri genitori.
Il Bambino stava infrangendo questa regola di famiglia. E lo stava facendo
con piena consapevolezza. Sapeva, perché conosceva Giuseppe come se fosse suo
fratello, suo amico, suo padre, che non appena Giuseppe avesse individuato il
minimo pericolo che potesse mettere a rischio la vita del Figlio di Maria,
avrebbe chiuso baracca e sarebbe emigrato altrove.
Il primo round lo aveva superato Giuseppe. Ma il secondo stava per
arrivare.
Il Bambino tornò alle sue vecchie abitudini. Non solo era figlio di Davide
come se nulla fosse, ma sua madre era la Figlia di Salomone.
- Ebbene sì, signor rabbino. La Figlia di Salomone in persona.
- E dici che tuo padre può dimostrarlo con dei documenti sul tavolo?
- Ebbene sì, signore.
A quel rabbino che ebbe la fortuna o la sfortuna di averlo come allievo si
drizzarono le antenne. Confuso, smarrito, il rabbino, del tutto sbalordito,
portò la questione al rabbino capo.
- È proprio come le dico - gli disse -. Se fosse un altro ragazzo lo
prenderei per una burla, ma dal figlio del Falegname ormai mi credo tutto. Ne
sa più di tutti i saggi della corte di Salomone messi insieme. Compreso il re
saggio - con queste parole il rabbino di Gesù si recò dal suo superiore.
E un bel giorno entrambi si presentarono alla falegnameria dell’ebreo,
decisi ad andare a fondo della questione.
Andarono da Giuseppe. Andarono a esigere che mostrasse loro i documenti di
cui il Bambino aveva parlato. Gesù aveva detto loro che suo padre custodiva i
documenti genealogici della Famiglia, documenti che risalivano ai tempi del re
Davide in persona, riediti dal profeta Daniele durante la Cattività babilonese.
Giuseppe si trovò improvvisamente di fronte a una mossa magistrale di
scacco matto. Il Figlio di Maria stava giocando duro. Voleva portarli tutti a
Gerusalemme e nulla né nessuno lo avrebbe fermato.
La discussione che Giuseppe ebbe con i due rabbini fu molto accesa. Non
cercherò di riprodurla per non dare l’impressione di ricordare eventi
fantastici.
«L’impressione che il Figlio di Maria suscitava nei suoi precettori era
talmente enorme che avevano dato credito alla parola di un ragazzino… blablabla». Sfuggendo alla questione, affermò il Falegname.
Se lo avessero conosciuto, avrebbero capito che per Giuseppe affermare una
cosa significava dire l’ultima parola.
Giuseppe ne era ben consapevole. Il Figlio di Maria poteva anche essere il
Figlio di Dio in persona, ma era a lui, a Giuseppe, che il Padre aveva affidato
la sua custodia, e a lui, e solo a lui, Giuseppe, spettava decidere quando la
Sacra Famiglia sarebbe tornata in Israele.
Poteva essere il Figlio di Dio?
Poteva solo essere…?
«A cosa stai pensando, Giuseppe?»
I rabbini credevano di aver messo alle strette il Falegname, e persino il
Bambino stesso, che ascoltava da dietro la porta, finì per crederlo. Le parole,
come spade in un duello all’ultimo sangue, si incrociavano quando il Bambino si
affacciò alla porta con l’aria del vincitore che chiede al proprio nemico
caduto: «Ne vuoi ancora?»
Fu la prima volta in vita sua che Giuseppe vide il Figlio di Maria con gli
occhi con cui lo vedeva sua Madre. Quello era il Figlio di Dio in persona. Non
era uno scherzo. Semplicemente aveva il corpo di un bambino. Ma colui che aveva
davanti era il Primogenito di Dio.
Ed era Lui in persona che gli stava parlando con il pensiero.
Sì, signore, gli stava parlando con il pensiero con la stessa certezza con
cui si stiano leggendo questo libro.
I rabbini stavano parlando a Guiseppe a squarciagola nella sua stessa casa
e lui aveva la mente altrove, in un altro luogo. Gli stavano chiedendo i
documenti genealogici del Bambino e lui era altrove, in un altro tempo. Il
Bambino era in piedi contro l’imbocco della porta della falegnameria e gli
diceva senza aprire bocca: «Non mi credi ancora, Giuseppe? Non vedi che devo
occuparmi delle cose di mio Padre?».
Ma la mossa andò male al Bambino.
Passato quel momento, con i rabbini ormai andati via, Giuseppe si chiuse di
nuovo in se stesso, ancora di più di prima. Non sarebbero mai tornati in
Israele finché il suo Dio non gli avesse dato l’ordine di tornare. E basta, non
voleva più sentire nulla.
E fu così che il Bambino subì un’altra sconfitta. Smise di parlare con
Giuseppe. Aveva giocato la sua partita e l’aveva persa. Nessuno si sarebbe
mosso dall’Egitto finché Dio non avesse dato a Giuseppe l’ordine di tornare in
Israele, così semplice, così tragico.
Semplice a dirsi, sì; a viverlo, però, per niente. Padre e figlio smisero
di parlarsi, persino di guardarsi. Il piccolo Gesù non mangiava nemmeno. Si
lasciava cadere a terra contro la facciata di casa loro, guardando la vita che
scorreva, oppresso dal dolore di chi può tutto e a cui viene ordinato di non
fare nulla.
Maria non sapeva chi soffrisse di più: se il Bambino per non essere
riuscito a imporre la propria volontà, o se suo marito per non riuscire a
sopportare il silenzio e l’allontanamento di suo figlio. Infatti non si
guardavano nemmeno. Giuseppe non osava, e il Bambino non poteva.
Cleofa era l’unico che sembrava godersi quella situazione.
«Che ti prende, fratello, perché sei così testardo?», diceva a Giuseppe.
«È solo un Bambino, Cleofa», gli rispondeva Giuseppe.
Ebbene, accadde che un giorno come tanti altri Giuseppe tornò a casa dopo
aver concluso un affare. Gesù aveva ormai perso ogni speranza di convincere il
buon signor Giuseppe. Da quanto tempo non si parlavano?
Giuseppe il falegname tornò dopo aver concluso quell’affare, tutto serio,
ma con gli occhi che brillavano. Non appena Maria lo vide varcare la soglia, il
cuore le fece un balzo, ma non volle dire una parola. Aspettò che fosse suo
marito a parlarle.
-Moglie, di a tuo Figlio che ce ne andiamo.
Non le disse altro.
La Madre prese il Bambino e andò a distrarlo al mercatino. Gli avrebbe
comprato tutto ciò che voleva, per tirarlo su di morale e fargli tornare il
sorriso, gli disse. Gesù la seguì come avrebbe potuto seguire una nuvola senza
meta. Da quando era successo quell’incidente tra Giuseppe e i rabbini non
voleva sapere nulla, non aveva voglia di nulla. E non c’era nulla che la sua
stessa Madre potesse dirgli per tirarlo su di morale.
Niente?
Beh, in realtà c’era qualcosa. Aveva due segni, ed era una sola parola.
Giuseppe gliela negava e Maria non poteva dargliela.
Non poteva dargliela?
Quella passeggiata al mercatino del porto di Alessandria non l’avrebbero
mai dimenticata. Lei non smetteva di sorridergli, di fargli il solletico, di
dirgli con i gesti: Indovina, indovina, cosa mi succede?
Logicamente il Bambino si irritò per un po’, finché non finì per aprire gli
occhi. Prese Maria – Lui la chiamava sempre per nome – la fece sedere su una
delle panchine del molo e, guardandola negli occhi, le lesse nel cuore con la
stessa facilità con cui tu leggi queste righe.
-Maria, vero? – fu tutto ciò che le chiese il Bambino.
Lei annuì, sopraffatta dalla felicità. E proprio lì, sullo sfondo
dell’orizzonte mediterraneo, danzarono pazzi di gioia.
Corsero a tornare a casa. Giuseppe stava lavorando quando entrarono. Maria
gli passò accanto, ma Giuseppe colse la luce che brillava nel cuore della sua
Donna. Le sue pupille si illuminarono e voltò la testa. Prima che potesse dire
una parola, il Bambino corse a gettarsi tra le sue braccia. Gigante com’era il
Marito di Maria, lo afferrò e lo sollevò come fanno tutti i padri con i propri
bambini. Ora sì che entrambi avevano vinto. Il Bambino aveva ottenuto ciò che
desiderava e Giuseppe aveva ricevuto da Dio l’ordine di mettersi in cammino.
Cleofa non obiettò. Né disse nulla. Suo cognato era il capo del clan, era
lui a decidere, era lui a comandare.
Gesù corse via alla ricerca di Giacomo, suo cugino, gridando per la strada:
«A Gerusalemme, Giacomo, a Gerusalemme!».
RINASCERE
Gli emigranti tornarono a Nazaret, per così dire, ricchi. Giuseppe vendette
la «Falegnameria dell'Ebreo» a un ottimo prezzo.
«Addio, Alessandria, addio», sussurrarono le labbra di Giuseppe, mentre si
lasciava alle spalle amici, affari, anni felici, nuove prospettive, una città
sapiente, la gioia di aver vissuto esperienze meravigliose e di averne
ascoltate altre difficili da credere, se non fossero uscite dalle labbra del
Bambino.
Dall'altra parte dell'orizzonte lo attendeva il ritorno di un dolore
assopito sotto le spesse coperte di un subconscio profondamente ferito. Tornare
a Nazaret?
Stabilirsi a Betlemme, la città dei suoi padri? Che cosa avrebbe fatto?
Durante l'assenza della Signora del Nido della Cicogna di Nazaret, la
grande casa sulla collina, Giovanna, sorella di Maria, aveva mantenuto viva
l'eredità di suo nipote Gesù. Da questo punto di vista Giuseppe non aveva
alcuna preoccupazione. Tutto ciò che apparteneva a sua moglie apparteneva anche
a lui. Avrebbe potuto vivere dei proventi della proprietà e godersi una vita
tranquilla.
Solo che un simile modo di pensare non gli apparteneva. Da padre qual era,
Giuseppe si preoccupava più del futuro dei figli di Cleofa che del proprio
benessere.
A quel tempo suo cognato aveva già messo al mondo una numerosa famiglia. Se
Maria fosse rimasta nubile, sarebbe stato naturale che l'eredità di Giacobbe di
Nazaret e tutto ciò che rappresentava passassero al ramo maschile della
famiglia; in quel caso il futuro dei figli di Cleofa sarebbe stato strettamente
legato ai beni della zia.
Ma le cose erano andate diversamente. Prima o poi quei ragazzi avrebbero
dovuto lasciare la casa della zia Maria, costruire una propria esistenza e
fondare una famiglia. Per questo Giuseppe prese una decisione definitiva:
ricominciare da capo. Come la prima volta che era arrivato a Nazaret. Sconosciuto
a tutti. Senza altro tetto che il cielo. Gli orizzonti per pareti. La terra per
pavimento. Una pietra come cuscino sotto le stelle. I fedeli cani assiri di
guardia accanto al fuoco. L'aurora all'orizzonte. La stella del mattino sotto
la luna. Gerusalemme lontana. La strada verso la Samaria come il viaggio
attraverso un corpo vivente, fino al cuore nascosto della terra. Perché no? Dio
non dona forse la sua forza affinché lo spirito rimanga giovane? Le energie
possono diminuire, ma la volontà sopravvive alla stanchezza delle ossa. Certo,
riaprire una falegnameria sarebbe stato un lavoro impegnativo. Tuttavia né a
Giuseppe né a Cleofa mancavano il coraggio o l'energia necessari per
ricominciare da zero. Inoltre le creature tenebrose che avevano ordinato la
Strage degli Innocenti erano ormai morte. E, a dire il vero, anche se Giuseppe
non appariva particolarmente entusiasta all'idea di tornare in patria, sentiva
nascere dentro di sé il desiderio di ritrovare la propria famiglia, rivedere
fratelli e sorelle e osservare sua moglie e suo cognato felici tra le braccia
della madre. La natura umana è tessuta con i fili dell'amore divino e ha
bisogno di essere bagnata dalle lacrime della gioia. Solo così può vincere
quella tendenza che la spinge ad assomigliare alle bestie, che non ridono e non
piangono. Quanto al lavoro, Giuseppe avrebbe potuto dedicarsi all'agricoltura. Ma
quello non era il suo mondo. Il mestiere del falegname e dell'ebanista gli
scorreva nel sangue. Era la sua vocazione. Sapeva piantare un chiodo a occhi
chiusi e levigare il legno più ruvido senza interrompere una conversazione. La
campagna non faceva per lui, né lui era fatto per la campagna. E poi c'era sua
cognata Giovanna, che continuava a occuparsi con abilità della proprietà.
Per quanto riguardava il laboratorio di cucito di Nazaret, la gestione era
ormai affidata alle lavoratrici di Maria, la quale, completamente dedicata alla
famiglia, aveva preferito lasciare tutto com'era.
Il Bambino, invece, non appena mise piede in Israele, attese con impazienza
il giorno della sua ammissione alla comunità come membro adulto. Normalmente
ciò avveniva intorno ai tredici o quattordici anni. Nel suo caso si anticipò ai
dodici. La sua mente correva più veloce di quella di molti uomini maturi. E non
lo dico per impressionare il lettore. Durante tutto il viaggio dall'Egitto a
Israele il Bambino fu instancabile. Se fosse dipeso da Lui, avrebbe preso il
volo oppure avrebbe corso sulle acque fino a Gerusalemme senza fermarsi. Nella
sua immaginazione vedeva già tutto. Sarebbe entrato nel Cortile del Tempio. Avrebbe
chiesto la parola. E dalla sua bocca sarebbe uscita la verità. Tutta la verità.
Nient'altro che la verità.
«Eccomi, Gerusalemme», sussurrò il Bambino mentre l'Egitto scompariva
dietro di lui.
L'idea che Gesù aveva allora del proprio destino messianico coincideva con
quella diffusa tra il popolo del suo tempo. Il Figlio di Davide si sarebbe
presentato davanti alle autorità del Tempio rivestito di gloria. Avrebbe
radunato i figli di Abramo dispersi nel mondo. E li avrebbe guidati fino ai
confini della terra.
Con questi pensieri nel cuore, dopo la cerimonia che sancì il suo ingresso
nella comunità, Gesù si recò al Tempio per dare inizio al suo progetto. Il
primo giorno avrebbe attirato l'attenzione. Il secondo la sua fama si sarebbe
diffusa. Il terzo tutti i sapienti d'Israele avrebbero riconosciuto la sua
natura divina. Il quarto il Messia sarebbe stato sul suo trono a chiamare a
raccolta gli eserciti del Signore. E così avvenne. Almeno nei primi due giorni.
Il terzo, però, accadde qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.
Meravigliate dall'intelligenza di quel Bambino che sembrava sapere più di
tutti i sapienti d'Israele messi insieme, le autorità del Tempio decisero di
riunirsi per comprendere ciò che stava accadendo. Tra loro sedeva anche
Simeone. Era lo stesso anziano che aveva accolto il neonato Gesù e aveva
dichiarato di poter morire in pace dopo aver visto il Cristo. Dio, tuttavia,
sembrava avere altri progetti per lui. Invece di portarlo con Sé, lo aveva
lasciato ancora sulla terra. Non appena Simeone vide il Bambino, lo riconobbe. Sconvolto
da ciò che aveva davanti agli occhi, prese la parola quando ormai tutti erano
convinti di trovarsi davanti al Figlio di Davide.
«Dimmi, figlio mio», disse rompendo il silenzio.
Poi pronunciò parole che contenevano una sapienza sconosciuta non solo al
Bambino, ma anche a tutti gli altri presenti.
«Che cosa accadrà quando te ne andrai? Perché un giorno te ne andrai. Gli
uomini torneranno forse alla loro vita di sempre? O credi che il Cristo resterà
con loro per sempre?»
Gesù rimase sorpreso. Di che cosa stava parlando quell'anziano? Tra le
proteste degli altri maestri, Simeone spiegò che il Cristo avrebbe dovuto
trovarsi circondato da uomini ostili, prendere su di sé i peccati del mondo e
offrirsi come Agnello di espiazione.
«Se il Messia si siede sul suo trono terreno, come potranno compiersi le
Scritture?» concluse.
Il Bambino rimase senza parole. Era dunque Lui il Signore annunciato da
Isaia? Non era una questione di ignoranza. Conosceva a memoria i libri
profetici. Ciò che lo sconvolgeva era l'interpretazione che Simeone ne dava. Era
una sapienza nuova. Una rivelazione inattesa. Qualcosa di tanto sorprendente
per Lui quanto per tutti coloro che stavano ascoltando.
LA SPADA DI DAVIDE
La leggenda narrava che il grande guerriero avesse danzato la danza della
vittoria attorno al cadavere del nemico. Raccontava anche che quei barbari
avessero sottratto il segreto del ferro agli eroi di Troia prima che Enea
cadesse vittima dell’astuzia dei Greci.
Tra quei mostri senza anima, il più orribile era sempre il capo. Il capo
non era sempre il più alto, ma era sempre il più crudele, il più terribile, il
più spietato, il più letale e malvagio. In quell’occasione, il barbaro più
alto, più crudele e spietato che si potesse immaginare si era incarnato in un
unico corpo. Si chiamava Golia. La sua spada era grande quanto quella di
quell’altro guerriero che gli spagnoli chiamavano Rodrigo Díaz de Vivar, quella
che con un solo colpo tagliava cinque teste di mori allineati in fila indiana.
Nessuno voleva avvicinarsi a meno di tre metri dal Cid Campeador; quei tre
metri erano la lunghezza della sua arma dalla spalla alla punta di quella spada
d’acciaio spagnolo. Braccio e spada erano un tutt’uno con quel guerriero castigliano
che, in statura, aveva poco o nulla da invidiare a quella del filisteo
prepotente e farfuglione che commise il terribile errore di togliersi l’elmo
davanti al lanciatore di fionda.
La leggenda narra che Davide raccolse l’enorme spada del gigante e con essa
gli tagliò la testa d’un colpo. E continua dicendo che il guerriero ebreo
combatté con essa alla testa dei suoi eserciti. Da ciò dobbiamo dedurre che, se
di bel volto, quel Davide non era affatto di bassa statura né aveva braccia
delicate e sottili. Non era un gigante, ma di certo la cosa a cui meno
assomigliava era un nano.
Fin dall’inizio del suo regno, la spada di Golia fu il simbolo regale per
eccellenza che conferiva a chi ne era in possesso il trono di Giuda. La
ricevette Salomone e Salomone la consegnò a suo figlio. Roboamo la passò al
proprio, questi al successivo, e così passò di mano in mano durante i cinque
secoli che intercorsero dall’incoronazione di Davide all’ultimo re di
Gerusalemme.
Nabucodonosor la strappò dalle mani dell’ultimo re vivente di Giuda e gettò
quella spada da museo tra gli altri tesori che i suoi eserciti avevano raccolto
in tutto il mondo. La vide così grande e pesante che la credette un oggetto
decorativo. Se ne dimenticò e lì sarebbe rimasta per sempre se, dopo aver
conquistato Babilonia, Ciro il Grande non l’avesse consegnata al profeta
Daniele affinché facesse di quel simbolo sacro degli ebrei ciò che il suo
spirito gli suggeriva.
Per diritto legittimo, la spada di Davide, la spada dei re di Giuda,
spettava per eredità a Zorobabele. Ma il profeta Daniele gliela negò perché non
era con la spada che avrebbe dovuto riconquistare la Patria Perduta. La spada
di Golia sarebbe rimasta nella Grande Sinagoga dei Magi d’Oriente fino alla
nascita del Figlio di Davide.
Non sappiamo come la spada di Golia sia finita nelle mani del Cid
Campeador. Quello che sappiamo con certezza è che quella spada era la stessa
che Giuseppe impugnava il giorno in cui entrò nel Tempio alla ricerca del
Figlio di Maria.
La spada di Davide fu un dono dei Magi al padre del Messia. Spettava a lui
custodirla fino al giorno dell’incoronazione di suo figlio.
Molti furono i doni che i Magi fecero a Giuseppe. Oro, incenso e mirra
furono gli ultimi tre doni che gli offrirono; ma questi erano destinati al
Bambino. In precedenza avevano donato a Giuseppe un cavallo iberico che volava
come una stella cadente ed era in grado di attraversare la Samaria senza bere
acqua né riposarsi. E tre cani della stessa cucciolata, discendenti dei cani
che i re di Ninive portavano con sé nelle loro battute di caccia ai leoni. Uno
si chiamava Deneb, l’altro Sirio e il terzo Kochab. Giuseppe non li portava mai
fuori tutti insieme. Si assomigliavano talmente tanto che chi non conosceva
Giuseppe pensava che ne possedesse un solo esemplare di quella specie in via di
estinzione. Erano docili come agnellini ai piedi del loro padrone, ma più
feroci del demone più malvagio dell’inferno più orribile se fiutavano il
pericolo. I suoi tre cani, il suo cavallo iberico e la spada di Golia furono le
tre cose che Giuseppe portò con sé da Betlemme il giorno in cui Isabella gli
disse:
-Figlio mio, tutte le tue sorelle si sono sposate e sono felici; il ragazzo
è ormai nel fiore degli anni e ha tutta la grazia di suo padre. Cleofa è forte,
è alto, è intelligente, non tarderà a trovare chi lo ami alla follia. Molto
presto la Figlia di Salomone sarà libera dal suo voto, non è forse questo ciò
che il Figlio di Natan ha atteso per tutti questi anni?
E una quarta cosa Giuseppe portò con sé a Nazaret, che per lui era la più
preziosa di tutte: il documento genealogico della sua Casata. Ma torniamo al
punto.
Solo due volte nella sua vita la mano di Giuseppe si è protesa verso la
spada di suo padre Davide. Il fatto che il braccio gli si sia proteso ci dice
molto sulla statura dell’uomo e sulla forza del suo braccio. La prima volta fu
quando Giuseppe andò a prendere Maria a casa di Isabella. La seconda, quando
entrò nel Tempio per cercare il Figlio di Maria.
Cosa sarebbe successo se, invece di dire ai suoi genitori ciò che disse
loro, il Bambino avesse detto a Giuseppe: «Figlio di Natan, dammi la spada dei
re di Giuda»?
POLVERE SEI E IN POLVERE RITORNERAI
Che cosa fu, in definitiva, ciò che quell'anziano rivelò al Bambino?
Che cosa gli mostrò perché il Figlio di Maria rinunciasse ai propri
progetti?
Che cosa gli disse?
Perché quel Bambino tacque e rinunciò a salire sul cavallo del Figlio di
Davide, il principe valoroso e impetuoso che, secondo l'interpretazione
popolare delle Scritture, avrebbe dovuto guidare i suoi eserciti e portare la
pace di Dio al mondo intero?
Perché Colui che era entrato nel Tempio deciso a rivelarsi e a reclamare
ciò che gli spettava per diritto umano e divino abbandonò improvvisamente i
suoi progetti messianici e seguì i «suoi genitori» senza pronunciare una
parola?
Che quell'anziano, la cui identità scopriremo nella Seconda Parte, rivelò
al Bambino la sapienza che tutti conoscete attraverso la tradizione della
Chiesa fin dai tempi degli Apostoli, è fuori discussione.
Ma è altrettanto certo che vi fosse qualcosa di più.
Molto di più. E l'unico modo per intuire ciò che attraversò la mente del
Bambino consiste nel mettersi nei suoi panni. Non arbitrariamente, secondo ciò
che piace a noi o che appare conforme alla nostra natura. Per un momento
dimentichiamo tutto ciò che abbiamo ascoltato finora e proviamo a guardare la
realtà con i suoi occhi. Per farlo accetteremo la tesi cattolica
dell'Incarnazione del Figlio di Dio. La accetteremo in tutta la sua portata e
ne seguiremo le conseguenze fino in fondo.
Prenderemo dunque in considerazione la possibilità che quel Bambino fosse
davvero il Figlio di Dio in persona. Non un figlio adottivo nel senso in cui
tutti gli uomini sono figli di Dio. E nemmeno un figlio di Dio nel senso in cui
gli angeli vengono chiamati figli di Dio nel Libro di Giobbe.
No. Supporremo che quel Bambino fosse Figlio di Dio nello stesso senso in
cui la fede cristiana proclama l'Unigenito del Padre: generato dal suo stesso
Essere. E che, in quanto Unigenito, soddisfacesse pienamente ciò che il Credo
afferma di Lui: Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. È una possibilità. Ed è
questa possibilità che prenderemo in esame.
Il primo a prenderla sul serio fu Gesù stesso. Nella sua predicazione si
presentò come la Ragione ultima della Creazione, la Causa per la quale Dio
compie tutte le cose, compreso l'intero Universo. Da questa prospettiva di
Figlio Unigenito poté dire ai Giudei: «Prima che Abramo fosse, Io Sono.»
Un'affermazione coerente, se davvero la sua presenza precedeva ogni realtà
creata e accompagnava l'opera del Padre fin dal principio. Con la stessa
coerenza dichiarò:
«Il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa.»
L'altro aspetto, cioè la promessa di partecipare ai futuri atti creatori di
Dio, per il momento non ci interessa. La nostra ipotesi è un'altra. Quando Dio
inaugurò l'Inizio e creò i Cieli e la Terra, il suo Figlio Unigenito era al suo
fianco. E fu per amore di Lui che Dio volle la creazione dell'uomo. Tutto
sembrava perfetto. Finché Adamo non commise l'errore di lasciarsi ingannare dal
Serpente. Al di là delle questioni che il rapporto tra libertà umana e
perfezione divina può suscitare, ciò che qui conta è un'altra cosa. Il Figlio
di Dio visse la caduta di Adamo come qualcosa che lo riguardava personalmente. Dalle
Scritture si può dedurre che, per un certo tempo, Dio e suo Figlio lasciarono
Adamo ed Eva a se stessi. Quando tornarono, si trovarono davanti al fatto
compiuto.
Il Padre comprese ciò che era accaduto, pronunciò il suo giudizio e, come
Giudice dell'Universo, emise la sentenza. Al Serpente annunciò che sarebbe
venuto un figlio di Adamo a schiacciargli il capo. Ad Adamo ed Eva decretò la
morte. Sconvolto da quella ribellione contro Dio, il Figlio sentì sorgere
dentro di sé il desiderio del giorno in cui il Figlio dell'Uomo avrebbe
vendicato suo fratello Adamo. Ma quel Giorno della Vendetta non sarebbe
arrivato subito. Nessuno sapeva quando sarebbe giunto. Il Figlio di Dio vedeva
soltanto che, con il passare dei secoli, l'umanità si allontanava sempre più
dalla propria identità originaria.
Quella perdita gli appariva immensa. E immenso gli appariva l'odio
accumulato contro gli angeli ribelli. Così desiderò, con tutto il suo Essere,
scendere personalmente sulla Terra per affrontare il Diavolo. Una volta
sconfitto il Nemico, la corona di Adamo sarebbe appartenuta al Vincitore. E
poiché il Vincitore e il Figlio di Dio erano la stessa Persona, durante il suo
regno l'umanità avrebbe potuto uscire dall'inferno morale in cui era
precipitata e riprendere il cammino per cui era stata creata. Il Figlio di Dio
venne dunque sulla Terra con il fuoco nelle vene e il desiderio di asciugare le
lacrime del mondo. La sua spada era la sua Parola. Per conquistare il mondo non
aveva bisogno della spada di Golia. Gli bastava aprire la bocca. Poteva
ordinare ai venti di sollevarsi. Agli eserciti di deporre le armi. Ai popoli di
riconciliarsi. Portava la Pace. Era l'alfiere di una Salvezza che supera la
Morte e conduce l'uomo all'Immortalità. L'Immortalità? Ho detto l'Immortalità?
«Sì, figlio mio», gli rispose Simeone. «Ma vuoi forse ribellarti alla
sentenza di tuo Padre? Per salvare noi, vuoi forse condannare te stesso? Per
salvare il presente, vuoi compromettere il futuro? È vero: tuo Padre ti ha
mandato ad affrontare il Maligno e tu gli schiaccerai il capo. Ma se abbatti le
mura della nostra prigione contro il giudizio divino, in che cosa ti
distinguerai da colui contro il quale sei venuto a combattere? Il giudizio di
Dio è irrevocabile: polvere sei e in polvere ritornerai. Questo è il nostro
destino. Ti ha forse detto il Padre: "Va', annuncia loro la fine della
prigionia. Liberali e concedi loro l'immortalità che desiderano fin dalla
creazione"? Non vedi, figlio mio, che lasciandoti trascinare dall'amore
che provi per noi rischi di trascinare te stesso nella rovina e con te l'intera
Creazione? Chi può proclamare la nostra libertà se non il Giudice di tutti? Ma
se questo Potere è stato affidato al Figlio, allora agisci secondo la tua
volontà.»
IL PENSIERO DI CRISTO
Che il Figlio di Dio non avesse bisogno della crocifissione per recuperare
la propria condizione soprannaturale ci viene mostrato dagli evangelisti
nell'episodio della Trasfigurazione. La Trasfigurazione è precisamente la
risposta a questa domanda. La necessità della morte di Cristo, di cui parlano i
Vangeli, appartiene infatti ai presupposti della Dottrina del Regno dei Cieli. Se
vi era una necessità nella morte di Cristo, essa non derivava dall'incapacità
di Gesù di recuperare la sua natura divina. Per recuperarla, gli sarebbe
bastato desiderarlo. Quando fece ritorno a Nazaret, ciò che realmente accadde
al Bambino fu una rinascita. Il Figlio di Dio fatto uomo, che bruciava dal
desiderio di crescere e che attendeva con impazienza il giorno in cui avrebbe
potuto sedere tra gli adulti, si calò finalmente nella condizione umana. Dio è
lassù e noi siamo quaggiù. E tutta la tragedia dell'umanità passa attraverso
quel ponte fragile che attraversa le sabbie mobili dell'esistenza.
Come conoscere il pensiero di Dio? Come
comprendere il suo progetto di salvezza eterna? Ora era un uomo a porsi le
stesse domande che tutti gli uomini si pongono e alle quali nessuno sembra
saper rispondere. Ora era Cristo ad alzare gli occhi verso il Cielo e a cercare
il pensiero del Padre. Ora era il Figlio dell'Uomo a riconoscere la propria
ignoranza e a cercare la sapienza di Dio. Ma hai dodici anni. E hai tutta la
vita davanti a te. Ogni mattina ti alzi portando quella Croce. E ogni anno che
passa, quella Croce diventa più pesante. Che tu lo voglia o no, il suo peso
finirà per schiacciarti più di una volta. Puoi fare tutto e non fai nulla. Vedi
il mondo vivere nell'inferno della sua condizione e non puoi intervenire,
benché possieda il potere per cambiare ogni cosa. Puoi salvare il Presente e
compromettere il Futuro.
Oppure puoi lasciare che il Presente percorra il proprio destino e
conservare la tua libertà per il giorno in cui il prigioniero uscirà finalmente
dalla sua prigione. Lo attenderai oltre quella soglia per guidarlo verso un
Giorno nuovo che non finirà mai. Fino ad allora, il mondo dovrà seguire il
proprio cammino. E fino a quando non giungerà la tua Ora dovrai attraversare
molte notti oscure. Nessuno potrà sostenerti. Nessuno comprenderà davvero ciò
che accade dentro di te. Non avrai accanto qualcuno con cui condividere il tuo
destino. Nessuno sarà in grado di tenderti la mano, perché nessuno saprà perché
stai sprofondando. Tu sei Gesù di Nazaret. Un giovane ricco. Possiedi tutto ciò
che un uomo potrebbe desiderare e hai bisogno di ben poco. Le porte si aprono
ovunque tu vada. Gli uomini ti trattano con rispetto. La tua parola vale oro. Eppure
nessuno conosce il tuo segreto. Solo una Donna. Tuo padre è morto quando avevi
circa vent'anni. Anche Cleofa non c'è più. Sono rimaste soltanto tua Madre e
sua sorella Giovanna. Solo loro sanno chi sei. Ma nemmeno loro sanno dove stai
andando. Nemmeno loro conoscono il cammino che hai scelto. Sei solo. Quando le
tempeste si scateneranno nella tua mente, non avrai nessuno da stringere a te. Se
non perderai la ragione sarà perché sei chi sei. E tuttavia dovrai affrontare
la tempesta aperta, sotto il cielo nero, senza rifugio contro la pioggia che
cade sul tuo corpo mortale. Quanto più dolce è la vita che conduci, tanto più
amaro sarà ciò che ti attende. Per chi muore di fame, il pane raffermo ha il
sapore della gloria.Ma lo stesso pane, offerto a chi
è abituato all'abbondanza, sembra duro come pietra. I tuoi denti, Gesù,
conoscono il pane migliore. Il tuo corpo è abituato alle vesti più raffinate. Eppure
guiderai uomini verso la tua stessa sorte. Non vacillerai? I loro fantasmi non
verranno a cercarti nei tuoi sogni? Non ti ritroverai nei deserti, in
ginocchio, a implorare misericordia? Non ti perseguiteranno le visioni dei loro
corpi straziati nei circhi romani mentre guardi il Cielo e chiedi la fine della
condanna pronunciata contro Eva e i suoi figli? Quanto durerà ogni anno della
tua vita? I vent'anni che ti attendono non ti sembreranno un'eternità?
Li vedi già davanti a te. Sono tutti innocenti. Uno per uno. Il loro unico
delitto è amarti. Ti amano più del tempo. Più dell'immortalità. Più di tutti i
tesori dell'universo. Tu sei la loro vita. Ed eccoli là, appesi alle loro
croci, protagonisti di uno spettacolo sanguinoso che canta la follia degli
uomini. Vedono le tue lacrime. E nel giorno del loro martirio cercano di
consolare il tuo cuore affinché il desiderio di vendetta non si risvegli dentro
di te. Non sentirai sulla tua carne il peso delle loro sofferenze? Non
implorerai misericordia al Padre? Non cercherai forse una via diversa? Eppure
il Calice è colmo. E dovrai berlo fino all'ultima goccia. Una Speranza ti
sostiene. Ma non puoi raccontarla a nessuno. Non puoi condividere con nessuno
quella gioia infinita che attraversa il tuo essere quando, guardando Colui che
siede sul Trono del Giudizio Universale, contempli anche te stesso.
CRISTO GESÙ
Non sappiamo in quale momento della vita attraversiamo il confine tra
infanzia e adolescenza. Né sappiamo quando smettiamo di essere giovani per
diventare adulti. Non sembra esistere una regola universale. Ognuno lo scopre
da sé e lo vive a modo proprio. Se questo vale per noi, quanto più difficile è
applicare le nostre categorie psicologiche al Gesù dei Vangeli. Una volta
scelto di guardarlo come Egli guardava se stesso, e dopo aver tentato di
comprendere ciò che attraversava la sua mente, possiamo proseguire. Esistono
ancora molte zone d'ombra che il pensiero dei secoli passati non è riuscito a
illuminare. E spesso coloro che hanno tentato di penetrare il suo mondo
interiore ci hanno lasciato immagini deformate dalle proprie passioni. Se
anch'io, in qualche momento, mi sono lasciato trascinare dalle mie, il lettore
deve concedersi la libertà di ricostruire il filo della storia secondo la
propria intelligenza. L'autore può soltanto indicare un orizzonte. Può
dipingere ciò che vede. Ma il modo di vedere appartiene sempre a chi osserva.
Per questo il lettore dovrà adattare ciò che legge al proprio modo di ridere,
di piangere, di amare, di soffrire, di comprendere e perfino di ignorare.
Torniamo, dunque, con Gesù alla casa dei suoi genitori a Nazaret.
Sapendo ora ciò che ha scoperto a Gerusalemme, la realtà della propria
Croce, proviamo ad aprire l'orizzonte dei suoi ricordi così come furono vissuti
da Lui e dai suoi cari.
Il Bambino che era sceso a Gerusalemme appariva, agli occhi di chi lo
osservava dall'esterno, come un piccolo signore. Suo cugino Giacomo, per
esempio, aveva un paio d'anni più di lui. Mentre Gesù non aveva ancora imparato
veramente il mestiere della falegnameria, Giacomo era già un apprendista
esperto. Giuseppe dovette sopportare più di una critica.
«Lo stai viziando», gli dicevano. Non parliamo di invidia. La verità è che
la mentalità dei piccoli paesi è sempre stata terreno fertile per giudizi
superficiali. Quelle critiche non impressionavano Maria. E difficilmente
avrebbero potuto essere prese sul serio. Quel Bambino era l'erede della figlia
di Giacobbe. Gran parte di ciò che i nazareni vedevano attorno a loro
apparteneva legalmente al «signorino Gesù». Se i suoi genitori non desideravano
vederlo lavorare con martelli e chiodi, nessuno aveva titolo per rimproverarli.
Ma, dopo il ritorno da Gerusalemme, qualcosa cambiò.
Bruscamente. Completamente. Il Bambino ruppe l'immagine del «signorino» e
si unì a suo padre con l'impegno e la disciplina del miglior apprendista. Maria
lo vedeva lavorare fino allo sfinimento. Per tutta la sua infanzia non aveva
mai mostrato interesse per il lavoro manuale. Adesso cercava continuamente
nuove occupazioni. Bastava che Giuseppe gli chiedesse qualcosa e lui obbediva
immediatamente. Persino suo padre si sorprendeva.
«Che cosa ti succede, figlio mio?», si domandava. E non era soltanto nella
falegnameria. Se zia Giovanna aveva bisogno di aiuto, Gesù era il primo a
offrirsi. Se occorreva raccogliere mandorle o mietere il grano, era lui ad
arrivare per primo all'alba. Non si lamentava. Non protestava. Non rifiutava
mai un compito. Sembrava aver bisogno di tenersi costantemente occupato. Come
se volesse sfuggire a un pensiero. Come se cercasse di dimenticare qualcosa.
Aveva bisogno della fatica. Le braccia lo facevano soffrire. I tendini gli
tremavano per la stanchezza. Ma non si fermava. Si alzava per primo. Andava a
letto per ultimo. Non giocava più con gli altri ragazzi. Non parlava quasi mai.
Il cambiamento fu tanto improvviso che Maria trascorreva lunghe serate
seduta accanto al suo letto mentre lui dormiva. Si chiedeva che cosa accadesse
dentro di lui. Un tempo le raccontava tutto. Ora sembrava diventato un
estraneo. Per gli altri era semplicemente un ragazzo obbediente e silenzioso.
Per lei era qualcosa di molto diverso.
«Sta diventando un uomo», le dicevano. Ma quella spiegazione non le
bastava. Lei sapeva che suo Figlio non funzionava come gli altri bambini. Non
aveva forse già visto la sua sofferenza ad Alessandria? Allora era riuscita a
raggiungere il suo cuore. Questa volta no. Questa volta ogni strada sembrava
chiusa. L'unica cosa che poteva fare era sdraiarsi accanto a lui e custodire il
suo sonno.
Perché sapeva che, qualunque cosa stesse vivendo, il suo Bambino non le
avrebbe aperto la porta della propria mente. Non era semplice tristezza. Non
era nemmeno dolore. Era qualcosa di più profondo.
Qualcosa di talmente profondo che il suo sguardo si perdeva negli occhi di
Gesù senza riuscire a raggiungere l'orizzonte dove Egli custodiva i propri
pensieri.
«Che cosa ti succede, figlio mio?», si chiedeva in silenzio. Sapendo che,
questa volta, il suo Bambino non le avrebbe dato alcuna risposta.
LA MORTE DI CLEOFA
Cleofa, padre di Giacomo il Giusto e dei suoi fratelli, fu un uomo
benedetto. Se è vero che, prima della morte, l'essere umano rivive gli anni
trascorsi in questo mondo, gli ultimi momenti del fratello di Maria furono
felici. L'unico dolore che avrebbe potuto offuscare quei ricordi luminosi, la
morte di suo padre poco dopo la sua nascita, non riuscì nemmeno a turbare gli
ultimi istanti della sua vita. Sua sorella Maria aveva trasformato
quell'assenza fisica in una presenza costante e amorevole, come quella di un
angelo custode sempre chino sul suo bambino. Ora che si trovava a un passo
dalla soglia della morte, Cleofa poteva ricordare con un sorriso il modo in cui
sua sorella maggiore aveva alleviato il vuoto lasciato dal padre. E come
avrebbe potuto dubitare della sua innocenza il giorno in cui sua madre gli
confidò il mistero dell'Annunciazione?
Fu il primo uomo al mondo a conoscere il Mistero dell'Incarnazione. E fu il
primo a credere senza riserve nella Vergine destinata a concepire il Re Messia.
Sua madre lo prese da parte e gli parlò con chiarezza:
«Figlio mio, accadrà questo, questo e questo. E voglio che tu faccia
questo, questo e questo.»
Cleofa lasciò ogni cosa. Dimenticò per un momento sua moglie e i suoi due
figli piccoli, sellò il proprio cavallo, preparò una giumenta per sua sorella
e, senza fornire al cognato spiegazioni oltre lo stretto necessario, aprì la
strada alla Vergine attraverso la Samaria. Com'era bello allora. Un giovane
cavaliere sul suo cavallo focoso, con lo sguardo dell'aquila rivolto
all'orizzonte e la mano pronta sull'elsa della spada. Sembrava deciso a
tracciare attorno a sua sorella quel cerchio invalicabile che, secondo la
leggenda, un soldato romano tracciò attorno a un grande re d'Oriente:
«Se oltrepassi questa linea, dichiari guerra a Roma. Se ti ritiri, vai in
pace. Se vuoi la guerra, l'avrai.»
Giuseppe gli affidò come compagni di viaggio due dei suoi cani, Deneb e
Kochab. Persino quelle nobili creature sembravano condividere la tensione del
loro giovane padrone umano. Deneb avanzava in testa al gruppo. Kochab vigilava
sulla retroguardia. La Vergine sarebbe scesa da sola in Giudea, confidando
esclusivamente nel Signore e nell'angelo Gabriele. Ma era bello vedere Cleofa
avvolgerla con il mantello della propria fede assoluta nella sua innocenza.
Qualche tempo prima che a Nazaret si iniziasse a parlare apertamente dello
stato di gravidanza della promessa sposa del falegname, era arrivato da
Gerusalemme un giovane messaggero in cerca di Giuseppe. Portava una
comunicazione da parte di Zaccaria. Il contenuto del messaggio lasciò Giuseppe
sbalordito: Elisabetta era incinta. Quando, poco dopo, sua suocera decise di
mandare Maria ad assistere Elisabetta durante gli ultimi mesi della gravidanza,
Giuseppe trovò la cosa naturale. Ciò che invece lo sorprese fu vedere Cleofa
anticiparlo e assumersi personalmente il compito di accompagnare sua sorella
verso sud. Dal letto di morte, Cleofa ricordava ancora l'espressione di stupore
del cognato quando lo sentì parlare con l'autorevolezza di un uomo ormai maturo.
«Non c'è altro da discutere. Mia madre dispone, sua figlia obbedisce e io,
suo figlio, eseguo. Fino al giorno delle tue nozze la tua promessa sposa è
sotto l'autorità di mia madre. Non c'è altro da dire, Giuseppe. Quando
torneremo, ci rivedremo.»
Giuseppe lo osservò in silenzio. Era lo sguardo di chi scopre
improvvisamente l'uomo nascosto nel ragazzo e ne è felice. Perché è così che
devono andare le cose. Zaccaria ed Elisabetta si erano ritirati nella loro casa
di campagna sui monti della Giudea, lontano da Gerusalemme. Da qualche tempo il
figlio di Abia aveva lasciato l'incarico che aveva occupato per tutta la vita
all'interno della gerarchia sacerdotale del Tempio. Da poco aveva anche
abbandonato il servizio attivo. Poiché il sacerdozio era a vita e non aveva
figli a cui trasmettere il proprio turno, avrebbe dovuto rimanere in carica
fino alla morte o all'infermità. E l'infermità arrivò. Divenuto muto, non fu
più in grado di continuare l'attività pubblica che per tanti anni aveva svolto.
L'amministrazione del tesoro del Tempio apparteneva alle famiglie sacerdotali
titolari dei ventiquattro turni di servizio. A capo di quel consiglio sedeva il
Sommo Sacerdote, scelto a sua volta tra quelle stesse famiglie. Normalmente gli
incarichi passavano di padre in figlio. Ma Zaccaria non aveva eredi. La
soluzione più comune sarebbe stata mettere il proprio turno a disposizione del
consiglio affinché venisse assegnato a un successore. Molti erano disposti a
pagare cifre considerevoli per ottenere un tale privilegio. Contro ogni
convenienza personale, Zaccaria si rifiutò categoricamente di vendere il
proprio turno. Si guadagnò così non pochi nemici. Nessuno poteva obbligarlo a
rinunciare all'eredità ricevuta da suo padre. E lui non lo fece. Nessuno seppe
mai che cosa gli avesse annunciato l'angelo. Ma le conseguenze di
quell'incontro furono straordinarie.
Divenuto muto, Zaccaria fu costretto a ritirarsi e a lasciare il proprio
incarico. Così si trasferì definitivamente nella villa che possedeva con la
moglie sui monti della Giudea. Una casa lontana dal rumore del mondo. Lì
soltanto Simeone il Giovane aveva libero accesso. A parte lui, le visite erano
rarissime. Il motivo era semplice. Zaccaria ed Elisabetta stavano vivendo un
miracolo. Dal letto di morte, Cleofa ricordava ancora lo stupore provato quando
aveva incontrato quei due anziani. Zaccaria sembrava ringiovanito. Elisabetta,
nonostante i capelli bianchi, irradiava una vitalità sorprendente. E il bambino
assomigliava già al nonno. Non parlava ancora, naturalmente, ma non smetteva
mai di muoversi. Solo un'altra coppia nella storia sacra aveva vissuto qualcosa
di simile: Abramo e Sara.
Dal portico della loro casa, Cleofa ricordava di aver guardato la valle
domandandosi:
«Che ti prende, Giuseppe? Perché ci metti tanto?»
E come dimenticare la gioia provata quando vide apparire il cognato
all'orizzonte, lanciato al galoppo attraverso la pianura? Gli si riempirono gli
occhi di lacrime quando vide quel gigante inginocchiarsi davanti alla Vergine e
chiederle perdono per aver dubitato della sua innocenza. Quando Giuseppe
annunciò che avrebbe portato Maria e Gesù lontano da Erode, Cleofa gli rivolse
uno sguardo eloquente:
«E tu pensavi davvero che sarei rimasto qui mentre conducevi mia sorella
chissà dove?»
Fin dal primo incontro, Cleofa era entrato nelle grazie di Giuseppe. E da
allora non si separarono più. Padre di una famiglia numerosa, Cleofa non
criticò mai il comportamento di Gesù né il modo in cui Giuseppe lo educava. Se
suo figlio Giacomo si feriva lavorando il legno mentre Gesù trascorreva il
tempo sulle colline, Cleofa osservava tutto con serenità. Dopotutto, anche lui
era stato il "signorino" del Nido della Cicogna. Così lo aveva
cresciuto sua madre. Tra tutti i ragazzi di Nazaret era stato lui quello
dispensato dai lavori più pesanti. Giovanna si occupava dei campi. Maria
dirigeva la sartoria più prospera della zona. E, di tanto in tanto, la nonna
Isabella arrivava da Gerusalemme carica di doni. Come avrebbe potuto
dimenticare il bambino di casa? La missione di Cleofa era stata semplice:
vivere la vita. Per questo Gesù gli ricordava continuamente se stesso. Rideva
osservando Giuseppe alle prese con vicini e amici che criticavano il modo in
cui cresceva suo figlio. Anche lui era rimasto sorpreso dal cambiamento
radicale di Gesù dopo il ritorno da Gerusalemme.
E, proprio come Maria, non riusciva a spiegarselo. L'unico che sembrava
comprenderlo era Giuseppe. Non appariva sorpreso. Sembrava sapere perfettamente
che cosa stesse accadendo al Bambino. E, come Gesù, manteneva il silenzio.
Maria e Cleofa guardavano il ragazzo cercando risposte. Giuseppe no. Era
l'unico che gli stava accanto senza interrogativi. L'unico capace di trattarlo
in modo naturale. Con lui Gesù sembrava dimenticare il peso dei propri pensieri
e tornare a essere il giovane intelligente, laborioso e pieno di vita che tutti
ammiravano.
Sì. Cleofa aveva avuto una vita meravigliosa già prima di conoscere
Giuseppe. Ma quel gigante nomade sul suo cavallo iberico, accompagnato dai tre
cani assiri che sembravano usciti da un antico palazzo di Ninive, aveva portato
nella sua vita qualcosa che gli era sempre mancato: l'immagine di un padre.
L'immagine di un fratello maggiore. E ora, sul letto di morte, sapeva che
quello stesso uomo sarebbe stato per i suoi figli ciò che lui non avrebbe più
potuto essere. Sì. Se è vero che la mente ripercorre tutta la vita prima di
morire, Cleofa rivisse anni straordinari. Una sorella come la Vergine. Un
nipote come il Messia. Un cognato che sembrava un cherubino. Una moglie
meravigliosa. Figli e figlie sani e forti.
«Giuseppe...», mormorò dal letto.
«Fratello», rispose Giuseppe avvicinandosi. «I tuoi figli saranno i miei
figli. Le tue figlie saranno le mie figlie. Tra tutti noi, in questo momento,
il benedetto sei tu. Nostro padre Davide attende il suo principe Cleofa nella
luce che si accenderà quando chiuderai gli occhi. Lì ci ritroveremo. E quando
verrà il mio tempo, vieni tu a stringermi la mano.»
E così avvenne. Cleofa morì giovane, come suo padre Giacobbe.
«Proprio come nostro padre, Giovanna. Nel fiore degli anni. Quanto ci
mancherai, fratello!», pianse Maria.
Lo seppellirono a Nazaret, nella tomba di suo padre Giacobbe, accanto a suo
nonno Matán e sopra le spoglie di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di
Salomone, figlio di Davide.
LA MORTE DI GIUSEPPE
La vita di Giuseppe il Falegname si spense poco dopo che si fu consumata
quella di Cleofa.
Se l'esistenza di Cleofa fu bella e degna di essere vissuta, quella di
Giuseppe il Falegname fu l'esistenza di un guerriero sempre sul ciglio del
precipizio, con i muscoli costantemente in tensione, i nervi affilati fino
all'ultimo atomo, sempre vigile, sempre pronto ad adattarsi alla prossima
svolta del destino.
«Nulla è predeterminato. Chi sa che cosa porterà il domani? Quando il libro
della vita volterà pagina, si vedrà allora ciò che contiene. E a ogni giorno
basti la sua pena.»
«Ciò che spetta in sorte ai figli dello Spirito è rispondere prontamente al
suono della tromba che li chiama all'azione.»
«La Morte colpisce sempre alle spalle, ma chi le tiene testa le strappa di
mano quell'asso chiamato fattore sorpresa.»
Proverbi di questo genere erano il pane quotidiano di Giuseppe il
Falegname. Zaccaria, il futuro padre del Battista, suo precettore, tutore,
mentore, maestro, tutto il bene racchiuso in un solo uomo, dedicò il suo
talento, il suo ingegno, la sua sapienza, la sua arte, tutto ciò che possedeva
di migliore, a formare la mente del giovane Giuseppe. Grazie alla sua pazienza
e alla sua dedizione, il guerriero senza paura che scorreva nel sangue del
giovane Giuseppe imparò a guardare la Morte faccia a faccia e, con lo splendore
negli occhi dell'eroe che si sa invincibile, persino l'Inferno stesso.
Ma ciò per cui non avevano mai preparato la loro mente era ritrovarsi
avvolti nelle reti di Dio stesso.
Anche la sua idea di sempre riguardo alla nascita del Figlio di Davide era
quella comunemente accettata: padre, madre, matrimonio, unione; due persone
diverse che diventano una sola carne; il richiamo del sangue, la forza della
natura umana. Immaginare che Dio sarebbe intervenuto personalmente mediante
l'Incarnazione di Suo Figlio? A dire il vero, no. Ciò che accadde in seguito
non lo aveva mai nemmeno immaginato.
Ripensando a quegli anni, rivivendo quei giorni, Giuseppe il Falegname
rideva di cuore.
Questa volta il guerriero era giunto dall'altra parte del campo di
battaglia. Attorno al suo letto di morte, i suoi nipoti e la sua gente
piangevano l'addio del cherubino che non aveva mai abbassato la guardia, la
morte dell'eroe che non si era mai spogliato dell'elmo e dell'armatura. Era
ormai pronto a rendere l'anima.
Tutti già credevano che le sue forze fossero giunte al tramonto, che il suo
respiro si stesse dissolvendo nelle distanze tra il Cielo e la Terra, quando
Giuseppe il Falegname riemerse dal suo sonno. Lo risvegliò il ricordo della
risposta che aveva dato al suo maestro Zaccaria il giorno in cui Elisabetta
aveva comunicato loro la notizia del Voto della Vergine.
«Sia fatta la volontà di Dio. Da mille anni il mio popolo attende questo
giorno; ben posso io attenderne altri dieci», disse Giuseppe.
Oh Dio, quale svolta inaspettata hai dato alla vita del tuo servo!
Il giovane Giuseppe crebbe sognando il giorno in cui avrebbe visto nascere
dalla propria sposa il Re Messia, padrone della spada dei re, legittimo
portatore dei due rotoli messianici.
I suoi fratelli e le sue sorelle non riuscivano a comprendere perché il
loro Giuseppe non si sposasse all'età in cui tutti erano soliti farlo. La vita
era breve. L'esistenza, durissima. A quell'epoca della storia nessuno poteva
permettersi il lusso di lasciar trascorrere gli anni come i Patriarchi, che si
sposavano dopo i quarant'anni. Molti erano già nonni a quarant'anni appena. Che
cosa stava aspettando il capo del clan dei falegnami di Betlemme per scegliersi
una moglie e onorarli tutti con sangue nuovo?
Giuseppe il Falegname taceva. Rispondeva ai suoi fratelli con il silenzio
di chi sembrava essere stato forgiato nel ferro, anziché nella creta, come
tutti gli altri mortali.
Non era un cuore di pietra quello che batteva nel suo petto. Ma Tu, Dio
Santo, non gli lasciasti altra scelta che adottare quell'atteggiamento per il
bene di tutti; poiché, se alle orecchie dei sicari di Erode fosse giunta anche
la minima notizia del complotto davidico che si stava preparando alle loro
spalle, quanto avrebbe impiegato quel serpente a ordinare la morte di tutti i
fratelli del Tuo servo?
Giuseppe il Falegname riemerse dal suo sonno rivivendo quel giorno
indimenticabile, il giorno in cui si recò alla casa di sua suocera Anna per
chiedere spiegazioni riguardo alla voce che stava scandalizzando tutta Nazaret.
Che cosa stava succedendo?
Che cosa gli stava giungendo alle orecchie?
Le vicine gli lanciavano allusioni sempre più evidenti.
«Come chiamerete il bambino, signor Giuseppe? Perché sarà certamente un
maschio.»
Il Falegname finì per cogliere la frecciata, smise ogni esitazione e andò
dritto a parlare con sua suocera.
La Vedova, che aspettava quella visita, andò ad aprirgli la porta.
La madre della Vergine si era preparata a quell'incontro.
Lo aveva temuto. Lo aveva desiderato. Lo sognava, sospirava per esso,
tremava al solo pensiero.
Sarebbe stata all'altezza delle circostanze? La grazia che emanava
dall'innocenza di sua figlia si sarebbe forse trasmessa anche a lei, sua madre?
Come madre era pronta a cavare gli occhi a chiunque avesse pronunciato la
parola adulterio. Suo genero Giuseppe era un santo, un uomo buono come pochi;
ma quale uomo non si sarebbe scandalizzato sentendo dire che la propria donna
era incinta per opera dello Spirito Santo?
Con il cuore stretto in pugno, la Vedova aprì la porta a suo genero.
«Siediti, figlio mio» gli disse. «Questo è un grande giorno per tutte le
famiglie della terra.»
Un modo davvero sorprendente di iniziare il discorso!
Il Falegname si sedette. Aprire la bocca, però, non la aprì. E non ne aveva
bisogno. Il suo sguardo diceva tutto.
Può darsi che mille immagini valgano meno di una sola parola di Dio e che
una singola immagine valga più di mille parole degli uomini. Ma in quella
situazione, la madre della Vergine, di fronte all'uomo direttamente coinvolto
nell'Incarnazione del Figlio di Dio per opera e grazia dello Spirito Santo,
sentiva che né le parole né le immagini erano sufficienti. Anch'ella era una
madre rimasta impigliata nelle reti di un Dio che non chiede mai il permesso
per entrare nella vita delle creature che Egli ha plasmato dalla polvere.
Bastavano gli sguardi.
Gli sguardi dicevano tutto.
La Vedova sapeva perché suo genero era venuto, e suo genero sapeva che lei
sapeva perché era venuto. La questione era soltanto chi avrebbe rotto il
ghiaccio.
La madre della Vergine, ispirata da un lato dall'infinito amore che portava
a sua figlia e dall'altro dalla sapienza dello Spirito Santo, iniziò:
«Figlio mio, tu credi che Yahweh sia Dio?»
Lo domandò a suo genero senza lasciargli il tempo di aprire bocca.
Un'apertura simile, lo sapeva bene, era l'ultima cosa che il suo Giuseppe
avrebbe potuto aspettarsi.
Il Falegname non si scompose neppure. Un uomo di ghiaccio avrebbe mostrato
più emozione di quanta ne mostrasse Giuseppe in quel momento.
Beh, Giuseppe conosceva bene sua suocera Anna. Conosceva il marchio che
aveva impresso la sua impronta sull'anima di quella donna. Zaccaria aveva
formato lui, Giuseppe; ma sua suocera Anna era stata plasmata con le proprie
mani da Elisabetta, la moglie del suo Maestro. Così, se ciò che la Vedova di
Giacobbe di Nazaret stava facendo era difendere sua figlia Maria, e senza
dubbio lo stava facendo, la madre della Vergine aveva iniziato nel modo giusto.
Si sarebbe visto dove sarebbe andata a finire tanta filosofia.
La madre della Vergine, senza perdere la calma né lasciarsi disarmare dalla
serietà granitica del genero, continuò:
«Perdonami, uomo di Dio, se imbocco questa strada, ma gli avvenimenti me lo
impongono. Dimmi: credi forse che vi sia qualcosa di impossibile per Dio?».
Poi rimase a fissare suo genero come se, in quell'istante, il mistero degli
occhi di Dio le si fosse rivelato e le permettesse di leggere nel pensiero di
Giuseppe il Falegname.
Un altro uomo avrebbe avvertito quello sguardo come un'intimidazione. Il
Falegname lo sostenne senza muovere un muscolo.
Pur non avendo ancora capito dove sua suocera volesse andare a parare,
Giuseppe rimase seduto tranquillamente. Era venuto per ottenere una sola
parola: un Sì o un No. E basta. Non sarebbe uscito da quella casa senza avere
il Sì o il No. Sua moglie era incinta per grazia di Dio? Era tutto ciò che
desiderava sapere.
La madre della Vergine giocava d'anticipo. Sapeva che suo genero Giuseppe
non si sarebbe mosso da lì finché non avesse ricevuto quel Sì o quel No.
La verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, era un Sì. Un Sì
meraviglioso, un Sì divino, un Sì eterno e infinito; un Sì assoluto,
indescrivibile, inspiegabile.
Ed era anche un No. Un No totale, senza concessioni né discussioni di alcun
genere; un No profondo, irrevocabile: la Vita del Messia in una mano e la Morte
del Figlio di Davide nell'altra.
Tu cosa sceglieresti, amico?
Ti abbandoneresti alla derisione? Rideresti in faccia a Dio? Gli negheresti
il potere di compiere quell'Opera straordinaria e soprannaturale?
Amico, tutto è nulla quando tutto è poco. Ma se la creatura rifiutasse la
conoscenza del proprio Creatore e pretendesse di rinchiuderLo nei limiti della sua intelligenza naturale, allora l'opera davvero
straordinaria sarebbe tirare un simile asino fuori dal pozzo degli stolti.
I dadi, poiché la grazia soffia a favore del vento, attendono ancora il
prossimo lancio. A ogni uomo e a ogni donna arriva il momento di dare la
propria risposta, di schierarsi con il Sì oppure con il No.
Se avessi tutto il bene in una mano e tutto il male nell'altra, quale
sceglieresti?
Un giorno Giuseppe il Falegname ebbe nelle sue mani i dadi della sorte del
Figlio di Maria. Mai, in tutta la Storia dell'universo, un uomo si trovò
davanti a una prova simile. La sua decisione avrebbe cambiato il futuro del
mondo. Il suo Sì o il suo No avrebbe sostenuto oppure fatto crollare l'intero
Piano di Salvezza Universale del suo Creatore.
Eppure, dalle sue labbra la madre della Vergine poteva attendersi soltanto
parole di sapienza. Con la forza e il coraggio propri di una figlia di Eva, la
madre della Vergine proseguì nella sua rivelazione:
«Vediamo, uomo di Dio. Immagina che il Signore ti sfidi a metterLo alla prova. Sì, proprio così. Immagina che il
Signore nostro Dio ti conceda l'opportunità di sfidarLo,
affinché ti dimostri di essere veramente Dio, non soltanto a parole o perché sa
fare qualche prodigio in più dei maghi del Faraone.
Supponiamo che non ti basti credere per sentito dire che Egli è Dio, e che
tu voglia, anzi abbia bisogno, di vederlo con i tuoi occhi. Vuoi contemplare la
Sua onnipotenza e la Sua onniscienza; vuoi vederle all'opera, superare
l'impossibile, vincere la prova più grande che la tua mente sia capace di
concepire.
Uomo di Dio, so bene che la tua fede è più salda della roccia; che ti basta
la Parola, trasmessa di generazione in generazione attraverso il firmamento dei
secoli, per credere alla verità del nostro Signore. Eppure concediti questa
opportunità. Rispondimi senza pregiudizi.
Quale prova imporresti a Dio perché fosse costretto a manifestare tutta la
Sua potenza? Quale prova sarebbe degna della Sua onnipotenza e Lo obbligherebbe
a mettere in campo tutta la Sua onniscienza?
Figlio mio, non trattenerti. Non lasciare che la tua lingua rimanga
incollata al cielo del tuo cuore per timore di trovare le parole. Osa. Sfida il
tuo Creatore, perché ne hai il diritto dopo tanta sofferenza, tanto dolore e
tanta crudeltà sopportati dai nostri padri.
Che cosa eravamo noi, figlio mio, prima che lo Spirito di Dio si librasse
sulle acque dei nostri mari? Animali privi di intelligenza. Poi un giorno il
nostro Creatore ci amò e ci donò il dono della parola.
Non negartelo ora. Parla. Solleva il capo davanti all'Onnipotente, deponi
ai Suoi piedi la tua anima, chiediGli un'opera
straordinaria, unica, irripetibile, meravigliosa, degna della grandezza del Suo
Spirito; un'opera che sazi la tua sete di conoscenza e la tua fame di sapienza.
Egli è dalla tua parte.
Domandati quale prova porresti al tuo Creatore, una sola e non di più,
santo Isacco; ma una che riempia la tua anima di felicità infinita e il tuo
essere di gioia eterna.
Su, non essere timido.»
E la madre della Vergine tacque.
Per quanto possa sembrare strano, Giuseppe il Falegname continuava a non
uscire dal suo stupore. Era venuto in cerca della risposta a una questione
tanto semplice quanto la verità sulla voce che circolava riguardo allo stato di
grazia di sua moglie, e sua suocera gli si presentava con una vera e propria
discussione teologica.
Giuseppe la fissava cercando di capire che cosa stesse accadendo. Era un Sì
oppure un No?
Sua suocera approfittò della sua confusione per portare la Rivelazione un
passo più avanti.
«Figlio mio, rispondimi» lo supplicò. «Non mentirmi e non restare in
silenzio per paura di offendere il Signore. Dimmi la verità: oseresti sfidare
il tuo Dio? Oppure ti tireresti indietro e non apriresti bocca per timore di
offendere il tuo Creatore?»
La Vedova prese fiato senza concedersi tregua e tornò immediatamente sul
campo di battaglia.
«Uomo di Dio, so che ti sto sorprendendo; ma concedimi questi pochi minuti
della tua vita. Te lo domando ancora: quale prova porresti a Dio? O meglio,
formuliamola così: quale sarebbe, per un Dio, la prova più grande che un uomo
potrebbe immaginare?
Supponiamo che tu voglia che Egli ti dimostri una volta per tutte di essere
il vero Dio, che non si sia attribuito da sé la gloria dell'Essere Increato.
Vuoi che cancelli dal cielo tutte le stelle? Vuoi che il sole non tramonti mai?
Vuoi che gli asini volino? Vuoi che le balene camminino? Non lo so: che cosa
vuoi?
Imperatore può diventarlo chiunque. Mida
vorrebbero esserlo tutti. Non chiedere a Dio cose che un uomo potrebbe fare. Se
vuoi sfidarLo, fallo con un'opera straordinaria,
superiore; mettigli davanti un'impresa che neppure Ercole, nel pieno della sua
gloria, avrebbe potuto affrontare. Mi spiego?
... E che cosa volevo dirti? Ah, sì. Vedi, ciò che mi preoccupa è questo:
conoscendo la natura degli uomini, sei davvero sicuro che, una volta cancellate
dal cielo tutte le stelle, non cerchereste una spiegazione naturale per un
fenomeno tanto divino? E se il sole rimanesse immobile nella volta del
firmamento, siete certi che gli uomini non lo rigirerebbero da ogni lato fino a
trovargli una causa naturale che possa entrare nelle loro teste?»
Dopo aver lanciato la palla nel campo avversario, la Vedova di Giacobbe di
Nazaret tacque.
Giuseppe il Falegname non raccolse la sfida.
Direi che chiunque, in quel momento, lo avesse visto seduto di fronte a sua
suocera avrebbe giurato che quell'uomo di Dio avesse ghiaccio nelle vene invece
del sangue.
Giuseppe il Falegname non mosse nemmeno un sopracciglio. Con lo sguardo
fisso sulla suocera pareva più una statua di pietra che una creatura di carne e
ossa.
La Vedova sostenne il suo sguardo. Sapeva benissimo che suo genero non
avrebbe detto una parola; dopotutto, il marito di sua figlia era stato plasmato
dallo stesso uomo che aveva formato il marito della sua cara Isabella.
Ispirata dall'immenso amore che nutriva per sua figlia, la Vedova
interpretò il silenzio di Giuseppe come un riconoscimento del valore dell'idea
che aveva appena posto sul tavolo.
Giuseppe, che cominciava a meravigliarsi della direzione presa dalla
conversazione, spezzò infine il silenzio con le sue prime parole:
«Ditemelo voi, madre. Perché mai dovrei negare al mio Creatore la gloria
del Suo Braccio?»
E tacque di nuovo.
La madre della Vergine fece allora il passo decisivo.
Era giunto il momento.
«Figlio mio. Io non sono un uomo.»
Aveva fatto un passo avanti, sì, ma nella direzione che le conveniva.
«Io non so come ragionate voi uomini» proseguì. «Io fui tratta da una
costola dell'uomo. Ciò che per un uomo potrebbe essere la prova più grande
dell'universo, forse agli occhi di una donna non lo è altrettanto.
Quello che mi domando è questo: agli occhi di una donna, si può forse
imporre a Dio una prova più grande che concepire senza l'intervento dell'uomo?
Intendo dire non come quei figli di Dio che si unirono alle figlie degli
uomini e generarono discendenza. Sai bene che tra Greci, Romani e barbari si
narrava che i loro dèi giacessero con le donne e generassero eroi, fino
all'ultimo, Alessandro Magno in persona.
No, figlio mio. Io ti sto parlando di un'altra cosa.
Che una Vergine dia alla luce un Bambino senza conoscere uomo.»
Questa volta Giuseppe il Falegname spalancò davvero gli occhi.
Che cosa stava cercando di insinuargli sua suocera?
Dove voleva condurlo con tutto quel ragionamento metafisico?
Stava forse avvolgendo il Sì che era venuto a cercare dentro una sorta di
nodo teologico impossibile da sciogliere?
La questione era talmente sbalorditiva che Giuseppe rimase immobile
«Figlio mio, credi forse che una prova simile supererebbe i limiti della
Potenza Divina?»
La Vedova continuò l'attacco senza concedere al genero il tempo di
preparare una strategia di difesa.
Alla fine, tuttavia, suo genero parlò.
«No. Mai.»
Lo disse con assoluta serietà.
E subito tornò al suo ruolo di genero completamente sbalordito dai giri che
sua suocera stava facendo attorno a quella risposta tanto semplice e breve che
era venuto a cercare: Sì o No.
Sembrava che fosse un Sì, ma era come se fosse anche un No.
A quanto pareva, quel Sì veniva ricoperto di zucchero perché la pillola
degli avvenimenti non gli risultasse troppo amara. Tuttavia l'idea con la quale
sua suocera lo stava sfidando gli sembrava così straordinaria che il suo corpo
si rifiutava di andarsene senza prima ascoltare fino in fondo la conclusione
del ragionamento che gli stavano costruendo davanti agli occhi.
«Non mi aspettavo nulla di meno da te, figlio mio» interruppe il filo dei
suoi pensieri quella madre decisa a difendere sua figlia con le unghie e con i
denti. «Facciamo adesso un altro passo avanti.
Il Signore accetta la tua sfida.
Il Signore sta per concederti la prova alla quale anelano le tue ossa: farà
sì che una Vergine concepisca un figlio per opera e grazia dello Spirito Santo.
Ricordi la profezia, figlio mio? Io so che la ricordi.
Al re Acaz il profeta Isaia disse:
"Chiedi per te un segno al Signore tuo Dio, nelle profondità dello
Sheol o nelle altezze dei cieli."
E Acaz rispose:
"Non chiederò nulla, non voglio tentare il Signore."
Allora Isaia disse:
"Ascoltate, dunque, casa di Davide: vi sembra forse poco stancare gli
uomini, che volete stancare anche il mio Dio? Perciò il Signore stesso vi darà
un segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiamerà
Emmanuele."»
La Vedova interruppe il discorso e fissò Giuseppe nell'anima.
Il Falegname ancora non credeva alle proprie orecchie.
Gli stavano forse dicendo che il Segno si era già compiuto?
La Vedova era impazzita oppure stava cercando di far impazzire lui?
Come se gli avesse letto nel pensiero, la Vedova riprese.
«Figlio mio, dentro di te stai dicendo: "Veniamo al dunque,
signora". E io ti chiedo di non avere fretta.
Non stiamo parlando di una questione da nulla. È in gioco la gloria
dell'Eterno.
Abbi pazienza.
Se un atleta, correndo troppo velocemente, non vede le indicazioni del
percorso, le supera e raggiunge il traguardo passando per una strada non
segnalata, anche se avrebbe comunque vinto seguendo il tracciato ufficiale,
credi forse che i giudici gli consegnerebbero la corona d'alloro?
Certamente no.
Ebbene, figlio mio, abbiamo già l'Eterno in cammino, alla ricerca della
Donna, della Vergine nel cui grembo il Suo Segno prenderà carne.
Io ti domando: su quale benedetta farà posare Dio il Suo Braccio?
Su quale donna, unica e speciale fra tutte le figlie di Davide, l'Altissimo
stenderà il manto della Sua Gloria?
Quale amerà come si ama la sposa unica e prediletta?
Tu mi dirai che, in un caso simile, sarà l'Altissimo stesso a generarla e a
predestinarla fin dal grembo dei suoi genitori per essere la Madre.
E dirai il vero.
Forse che Egli non precede sempre colui che chiede, generandolo già in
vista della richiesta che un giorno farà?
L'Onniscienza del Signore è ciò che muove ogni anima che respira davanti
alla Sua presenza.
Non è forse il Suo Spirito la sorgente che ispira ogni parola che giunge
alle Sue orecchie?
Certamente sì, figlio mio.
L'uomo apre la bocca e dice:
"Che una Vergine partorisca senza conoscere uomo!"
Il Signore sorride.
Apre la bocca e dice:
"Sia fatto. Vi stupirò tutti con un'opera che sarà ricordata nei
secoli dei secoli: il figlio di Eva nascerà da quella Vergine."
E tutto è già compiuto, figlio mio.
Dimmi ora: fra tutte le donne della terra, quale donna sceglierà
l'Altissimo per essere quella Vergine benedetta?»
Per un istante Giuseppe il Falegname credette di aver ormai udito tutto ciò
che era venuto a cercare. Ma l'idea che sua suocera stava mettendo davanti a
lui era così sconvolgente che rimase immobile.
Che cosa stava cercando di dirgli la Vedova?
Che la sua promessa sposa era incinta per opera e grazia dello Spirito
Santo?
La madre della Vergine non gli lasciò il tempo di riflettere.
«Immagina il caso, figlio mio.
Dio annuncia quale sarà il Segno mediante il quale manifesterà la Gloria
del Suo Figlio davanti all'intera creazione.
Fin dal grembo dei loro genitori Egli forma la coppia che porterà fra le
braccia il Bambino nato dalla Vergine.
Ma adesso resta da superare un ultimo ostacolo.
Sì, figlio mio: l'orgoglio dell'uomo.
Permetterai forse che l'orgoglio maschile accechi la tua intelligenza?»
Finalmente Giuseppe comprese il ragionamento di sua suocera.
«Mi state dicendo, madre, che è accaduto davvero?»
«Non affrettarti nelle tue conclusioni, figlio mio. Permettimi di
ricapitolare il cammino percorso fin qui. Anzi, osserviamolo da un'altra
prospettiva. Che cosa disse più tardi il Profeta parlando del Bambino nato
dalla Vergine?
"Un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato; sulle sue spalle
riposa la sovranità, e sarà chiamato Principe della Pace, Consigliere mirabile,
Dio potente, Padre eterno..."»
«Che cosa è nato, dite, madre?» la interruppe lui.
Per la prima volta Giuseppe il Falegname si mosse, lasciando trasparire una
certa stanchezza. La pazienza cominciava a logorarsi. Ma la madre della Vergine
riprese immediatamente l'attacco prima di perdere la preda.
«Non lasciare che l'orgoglio dell'uomo accechi la tua intelligenza, figlio
mio. Se Egli non inganna, non mente e mantiene tutte le Sue promesse, che cosa
dovremmo dire? Che i profeti d'Israele furono tutti impostori e mentitori? Che
scrissero le Sacre Scritture soltanto per glorificare se stessi, senza altro
intento che quello di comporre poesia?
Dimmi tu.
Attendo la tua risposta.»
Giuseppe il Falegname seguì il ragionamento.
Pensò che, vista sotto quella luce, la Vedova aveva perfettamente ragione.
O il suo popolo era una nazione di impostori dotati di una capacità infinita di
ingannare se stessi, oppure, se il Bambino non era ancora nato, certamente vi
sarebbe stato un Nascimento.
Fin lì tutto quadrava.
Ciò che invece gli rimaneva bloccato in gola era la conclusione verso cui
la madre di sua moglie lo stava conducendo.
Gli stava dicendo che la Vergine era la sua Maria.
Non glielo aveva ancora detto apertamente, ma era evidente che tutto quel
discorso tendeva a quella dichiarazione finale.
Acuta come poche, ispirata dalla fede, sua suocera gli tagliò il pensiero
prima ancora che riuscisse a formularlo. Pareva quasi divina. Gli leggeva nella
mente più velocemente di quanto lui stesso riuscisse a leggere dentro di sé.
Approfittando dell'attimo, la madre della Vergine affondò il colpo.
«Mia figlia, tua sposa, è l'Eletta destinata a concepire nel proprio grembo
il Bambino che doveva nascere da quella Vergine di cui ci ha parlato il
Profeta.
Tu, Giuseppe, sei l'Uomo.»
Per un fugace istante Giuseppe fu sul punto di alzarsi e porre fine a
quell'indimenticabile conversazione con un semplice:
«Basta.»
Ma rimase seduto.
Sua suocera proseguì.
«Davanti a te, figlio mio, Dio ha aperto due porte.
Queste due porte rimarranno aperte davanti alle generazioni che verranno
dopo di noi, quando tu ed io saremo soltanto un ricordo nella memoria dei
secoli.
Una è la porta della fede.
L'altra è la porta dell'incredulità.
Se sceglierai quest'ultima, agirai come colui che sfidò il proprio Dio e
che, scoprendo che la Vergine scelta per manifestare la Sua Gloria era la
propria donna, si ribellò contro Colui che egli stesso aveva sfidato.
Ma io so che tu non farai questo.
Figlio mio, dell'immacolata innocenza di mia figlia io sono testimone
davanti a tutti.
Il Suo angelo ti strapperà alle tenebre del dubbio che ora ti avvolge.
L'altra porta, figlio mio, è quella della fede.
Il mio cuore mi dice che sceglierai questa.
E che correrai incontro alla Madre del Messia che il nostro popolo attende
da tanti millenni.»
Inspiegabilmente, sul suo letto di morte, Giuseppe il Falegname sorrise.
Esiste forse una morte più bella di quella della creatura di Dio che si
congeda da questo mondo con un sorriso sulle labbra?
Ormai tutti i suoi nipoti e la sua gente credevano che da un momento
all'altro egli avrebbe chiuso gli occhi per sempre.
Fu allora che Giuseppe si sollevò e chiese a tutti di uscire, lasciandolo
solo con sua moglie e suo figlio.
Quando furono rimasti soli, loro tre soltanto, Giuseppe respirò
profondamente e iniziò a parlare.
«Donna, la mia bocca è rimasta sigillata fino a questo giorno per ragioni
che tu stessa comprenderai quando avrò terminato di raccontare ciò che ormai
nulla mi impedisce più di mettere a conoscenza tua e di tuo Figlio.
Figlio, che cosa dirò io al mio Signore?
La mia anima è davanti al mio Dio.
Sto andando incontro al mio Giudice, davanti al quale dovrò rendere conto
della mia vita.
Ma vi è qualcosa che devi conoscere prima che io lasci questo mondo.
Tua Madre ti ha già parlato dei suoi zii nonni, Isabella e Zaccaria, che
tu non hai conosciuto e ai quali tua Madre ed io dobbiamo così tanto.
Abbi pazienza con me in quest'ultima ora e ricordati delle mie parole nel
tuo Giorno.
Da dove comincerò?
Come aprirti la porta della conoscenza riguardo agli uomini e alle donne
che deposero la propria vita ai piedi del loro Dio affinché la tua Luce
sorgesse sulle tenebre?
Se non ti ho mai raccontato i fatti che ora ti rivelo, l'ho fatto pensando
al tuo bene.
Non rimproverarmi per averti tenuto lontano dalla storia di quegli uomini e
di quelle donne che vissero i loro giorni sul filo del rasoio, con la testa
sospesa a un filo ogni giorno della loro esistenza, affinché la tua Venuta si
compisse.
Tu saprai, figlio mio, ciò che dovrai fare quando il tuo Padre Eterno
proclamerà giunto il tuo Giorno.»